“StatoLiquido” Il cardinale con il pallino della politica

14/06/2005
    martedì 14 giugno 2005

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        IL PRESIDENTE DEI VESCOVI ITALIANI HA GUIDATO LA «CROCIATA»

          Il cardinale con il pallino della politica

            No alle vecchie ideologie, così la Chiesa punta alla «reconquista»

            personaggio
            Luigi La Spina

              ROMA
              SAREBBE un magnifico nostro presidente del Consiglio, peccato che sia un prete». In questo modo si rammaricava della vocazione ecclesiastica di Camillo Ruini un ex grande leader democristiano. Certo, se il gusto per la politica lo avesse trascinato dall’altra parte del Tevere, quell’auspicio avrebbe avuto molte possibilità di realizzarsi. Il capo dei vescovi italiani, d’altronde, è un illustre continuatore di una grande tradizione italiana, quella che comincia addirittura con il fondatore del partito popolare, il prete siciliano don Luigi Sturzo e che annovera, tra gli altri, persino un papa, Giovanni Battista Montini, sostituto alla Segreteria di Stato vaticana, arcivescovo di Milano e, infine, Pontefice, col nome di Paolo VI.

              Sono due, per la verità, le passioni intellettuali del «vincitore morale», malgrado lui rifiuti questa definizione, nello scontro sul referendum per la procreazione assistita: accanto alla politica, la filosofia. Un secondo amore della sua vita di fine intellettuale che ha contraddistinto gli esordi della sua carriera ecclesiastica, trascorsi a studiare e a insegnare questa materia. La scelta dei suoi autori preferiti è già significativa del modo con il quale Ruini coniuga il pensiero cattolico con la realtà del mondo moderno. In un’epoca in cui i suoi coetanei si innamoravano di maestri progressisti, come Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, lui studiava Kant, Hegel, Nietzsche e amava piuttosto due teologi tedeschi, Hans von Balthasar e Walter Kasper. Ancor più illuminante è, poi, la predilezione di Ruini per un’icona del pensiero liberale, Alexis de Tocqueville. L’aristocratico francese, formidabile analista della democrazia americana, nella quale sosteneva fosse pienamente riuscita la fusione tra «spirito di religione e spirito di libertà».

              E’ questo, infatti, il nucleo fondamentale dell’impegno, come cattolico e come cittadino, di questo emiliano atipico, nato a Sassuolo, in provincia di Reggio Emilia, il 19 febbraio 1931. Il suo volto, affilato e pallido, contrasta, infatti, con lo stereotipo paffutello e roseo del nativo di quella grassa e gaudente terra al di sotto del Po. All’estroversione e bonomia tradizionale dei suoi concittadini, Ruini contrappone la riservatezza e un certo, apparentemente algido, approccio sia col mondo sia con gli uomini. Chi lo conosce meglio, invece, sa che, dietro il suo atteggiamento schivo, assolutamente impermeabile alla vanità mediatica e alla facile popolarità, cela un’affettuosità capace di slanci imprevisti, un carattere ironico e arguto, ma tenace, nelle collere come nelle simpatie.

              Il capo dei vescovi italiani, buon conoscitore dei maggiori protagonisti della politica negli ultimi 30 anni, ha vissuto la decomposizione della Dc con amarezza, ma anche con distacco e, soprattutto, ne ha capito, da grande osservatore della nostra società, le ragioni profonde. Il rimpianto non fa parte del suo stile pragmatico, la nostalgia non ha spazio in una mentalità sostanzialmente e, persino sorprendentemente, ottimista, il peso del passato non ingombra il suo attivismo volontaristico. Camillo Ruini tende a guardare il futuro con speranza: una volta, definì il monaco ex democristiano, Giuseppe Dossetti, «portatore di una visione catastrofale dell’Occidente». Con due aggettivi che lui ama unire, invece di contrapporli come fanno molti, giudica la società italiana «più innovativa e più realista del sistema politico che la rappresenta».

              Da questa analisi bisogna partire per capire i motivi della battaglia che Ruini ha intrapreso sul referendum per la procreazione assistita, solo una tappa di quel più ampio e lungo impegno per la difesa della famiglia e dei valori cattolici nella società italiana. Anche il modo, realistico e persino spregiudicato con cui ha propagandato l’astensione come lo strumento più efficace per vincere la battaglia del voto, si spiega partendo da una sua convinzione: «Bisogna intercettare i bisogni concreti e dar loro voce, al di fuori da visioni ormai obsolete e da condizionamenti ideologici». Come osserva Giorgio Rumi, storico cattolico ed editorialista dell’«Osservatore romano», il presidente della Cei fonda la sua azione «sull’etica della responsabilità. Quello che predica deve essere praticabile e di tutto si sente in obbligo di calcolare l’effetto».

              Ruini ama fare i conti con la politica, momento per momento, senza deleghe pregiudiziali, senza condizionamenti che derivano da antiche o presupposte fedeltà. Con una certa provocazione intellettuale si potrebbe dire che ha assorbito e fatta sua la lezione leninista del potere, quella secondo cui sono le minoranze «convinte e motivate» che guidano la storia e le maggioranze. D’altra parte, anche il comunicato dell’agenzia informativa dei vescovi italiani, ieri sera, rispecchia l’orgoglio di chi accusa «un’antica egemonia culturale» di non accorgersi del tramonto di «un vecchio orizzonte», tipico del secolo scorso, quello che si basava sull’unione di due tendenze, quella della «modernità» e quella della «secolarizzazione».

                La vittoria del capo dei vescovi italiani in questo referendum sembra annunciare, perciò, la rivendicazione di un primato della Chiesa italiana nell’analisi delle correnti profonde della nostra società. In un’Europa dove la presenza cattolica, in Francia, si è ridotta al lumicino, in Spagna, è sotto l’attacco delle riforme laiciste di Zapatero, il baluardo costituito da Ruini, capo dei vescovi italiani, pare il fronte più saldo per lanciare la «reconquista» del vecchio Continente. I laici, di tutte le specie, sono avvertiti.