StatoLiquido” I dodici minuti di Umberto

20/06/2005
    Oggi "StatoLiquido" non è dedicato alla notizia in sé, ma alla rappresentazione di una notizia.
    Che i quotidiani – e ieri i telegiornali – aprano la prima pagina, e dedichino numerose pagine interne, a un comizio della Lega e alla sua recita, è segno evidente dello stato liquido nel quale ci troviamo immersi.

      n.b.

      lunedì 20 giugno 2005

        Pagina 3 – Politica

        EMOZIONE PER IL BREVE COMIZIO DEL LEADER DEL CARROCCIO, CHE A FATICA HA ARRINGATO IL «SUO» POPOLO

          I dodici minuti di Umberto
          velati di nostalgia padana

            La «Padania» è uscita con una vecchia foto del Senatùr e la scritta
            «Dove eravamo rimasti?». Ma non tutto è rimasto come prima

              reportage
              Mattia Feltri

                inviato a PONTIDA (Bergamo)

                  LA triste verità è che il tempo non s’è fermato, malgrado Pontida e la sua gente facciano di tutto per indurti a crederlo. Malgrado la Padania titolasse «Dove eravamo rimasti?», con la foto di Bossi corvino e rubizzo, col pugno levato e l’espressione ruggente. E’ una foto vecchia e involontariamente nostalgica. E dunque dove eravamo rimasti? Che cosa è successo nei quindici mesi senza il grande capo, nei venticinque trascorsi dall’ultimo raduno nella città del giuramento? Che cosa è stata questa traversata nel deserto? E che cosa è questa voglia di accamparsi con le tende e lasciare che la notte, una notte così breve, passi così come è passata la lunga notte senza di lui? Che cosa è, se non una suggestione, il tempo si è fermato, dove eravamo rimasti, e dunque ripartiamo?

                    Sembra davvero tutto uguale a se stesso, qui. Il sacro prato, come lo chiamano, affollato già alla mattina presto, con gli ombrelloni e i gazebo, la straziante musica celtica, i panini e le birre retrocessi all’orario della prima colazione. Ma a guardarlo bene anche il sacro prato non è più lui, minacciato da una profana ipoteca per i debiti accumulati dal Carroccio. E comunque continua a sopportare virilmente il peso dell’adunata, i banchetti con i gadget, e l’accessorio padano conosce sempre, anche stavolta, lo scatto del rinnovamento: non ci sono soltanto le spille, le magliette, i foulard, gli ombrelli, ci sono le primizie, il tanga, il body per le ballerine, gli occhiali verdi per vedere il mondo sempre verde, i dollari nordisti (United Peoples of Padania) tutto marchiato da Alberto da Giussano o dal Sole delle Alpi.

                      Ma in fondo l’invenzione più goliardica ha il solito sapore antico, il sapore che il veterano di Pontida risente pure stavolta, niente stupisce, ci si guarda attorno e si osserva l’immobilità eterna di questa giornata, gli striscioni stesi sulla collina, gli slogan su Roma ladrona, l’omino attempato che gira con sulla schiena una gallina di stoffa dalle uova d’oro, il ristorante da campo col menu rigidamente padano, le grigliate, le formaggelle, lo speaker che gestisce con statico entusiasmo il succedersi degli oratori. E poi, soprattutto, oggi c’è Bossi. L’anno scorso non c’era e non ci fu Pontida. Oggi torna e con lui è tornata la sarabanda e sono tornate le salamelle e i cazzotti sferrati sul leggìo dal comiziante di turno, è ora di finirla adesso basta, i nostri soldi, l’immigrazione clandestina, la delinquenza, i putridi palazzi del potere, la riscossa del popolo semplice e laborioso. Ci sarebbe davvero da sospettare che il tempo si è fermato. E in fondo qui se lo augurano tutti.

                        Le ore dell’attesa sono così lunghe. Non ce n’è uno che sul palco trascuri di dare il bentornato a Umberto, di tener viva l’ansia, di lanciare il coro «Bossi! Bossi!» raccolto quasi distrattamente dalla gente di sotto, impegnata dai bambini, dalla conversazione o dalla pietanza conquistata dopo l’interminabile coda. E sono un po’ tutti colti di sorpresa quando, dieci minuti prima di mezzogiorno, Roberto Calderoli dà l’annuncio. E alle dodici in punto Bossi sale sul palco, il suo incedere stentato fomenta la tensione, i capelli grigi e quell’aspetto sofferente sono il brutto inganno cancellato dall’urlo della gente, dagli applausi e dai petardi. Le prime parole sono lente, male scandite, perdono la sillaba finale nell’affanno del respiro, la bocca non mostra le fauci ma la smorfia, il silenzio è tombale, un po’ per sentire meglio, un po’ perché l’effetto è raggelante. Bentornato condottiero, dicono le bandiere, e in effetti lui è lì, a sfidare anche la paura di mostrarsi piegato, di tirare fuori una voce senile e ammalata, tanto lontana dal furore di una volta.

                          La folla è rigida. E’ la commozione ed è lo sbigottimento. E’ il tempo che passa e sono le cose che cambiano. L’atto di ribellione è lo scuotimento, sono gli applausi che ripartono, di nuovo «Bossi! Bossi!» a ognuna delle sue numerose pause. Lui ingrana un po’, si direbbe abbia preso fiducia, si concede dodici minuti quando era abituato a inchiodare lì i suoi per due ore buone. E intorno all’una, galvanizzato dall’idea di avercela fatta, riconquisterà la scena e il microfono, lancerà di nuovo il grido «libertà! libertà», che parte stentatamente da lui e si fa tambureggiante sul prato. «I bei tempi vengono», dirà spostando lo sguardo al futuro, quando tutti erano concentrati sul presente.

                            Non c’è altro da fare che stringersi le mani, congratularsi, rassicurarsi. E’ tornato, si riparte, dicono tutti dimenticando che la parola d’ordine era: non ci siamo mai fermati. Si può brindare e si può festeggiare. Si può fare finta di niente. Oggi si può davvero fare finta che tutto è come prima, che la Lega ha ancora il suo unico generale, che il tempo si è fermato.