“StatoLiquido” Federalismo, il penultimo sì del Polo

21/10/2005
    venerdì 21 ottobre 2005

    Pagina 3- PrimoPiano

    VIA LIBERA ALLA CAMERA I DEPUTATI DI CENTRODESTRA CON IL FAZZOLETTO TRICOLORE

      Federalismo, il penultimo sì del Polo

        Muro contro muro in aula, striscioni di gioia dei leghisti. L’Unione: uccidete la Costituzione

          Antonella Rampino

          ROMA
          «Ecco come muore una Costituzione, ad opera di nichilisti». Cade nel vuoto il grido di Pierluigi Castagnetti, poco prima che si consumi l’inevitabile bagarre, quando alla fine la Costituzione del 1947 viene archiviata da 317 voti della Casa delle Libertà. Berlusconi legge il giornale, Fini discorre con Scajola e Tremonti, Bonaiuti fa la spola da Berlusconi a Casini, e poi da Casini a Previti, e chissà se avranno parlato della salva-Previti sulla quale s’era appena tenuto un super-vertice, Daniela Santanché arriva in ritardo dondolando in una inedita minigonna, nella tribuna degli ospiti si accomodano i leghisti di Palazzo Madama, Monti, Moro, Peruzzotti. Finale di partita per la Costituzione, quattro ore in tutto e via, ieri in un’Aula sorda e grigia a Montecitorio prima che la scena si ripeta tale e quale forse già a metà novembre a Palazzo Madama. Prima, c’erano solo Calderoli e Carrara, nell’aula presieduta da Biondi prima e da Mastella poi, quando a metà mattinata il centrista di maggioranza Bruno Tabacci si alza e grida il dissenso, che è suo e di Follini: è anche la legge proporzionale, adesso, a richiedere un ripensamento della riforma, in cui l’elemento massimamente «antinomico è il capo del governo unico interprete, depositario ed esecutore dell’indirizzo di governo», laddove invece la legge proporzionale rimetterebbe al centro partiti e parlamentarismo.

          Poi, alla mezza arriverà Berlusconi, e l’Aula finalmente si riempie, «meno male che lei oggi è qui, signor presidente del Consiglio, la credevamo in Giappone dall’imperatore Akihito», dice Castagnetti in un sussulto di residua ironia. Oggi si sta facendo strame della Costituzione, quella «sortita dall’altissima mediazione della Costituente», dice Sergio Mattarella ricordando la commendevole opera delle famiglie politiche dominanti allora, i comunisti e i democristiani, i Ruini (Meuccio), i La Pira e i Terracini che riuscirono a non litigare perfino sui valori cristiani, costituzionalizzati in forma di libertà di religione. Berlusconi, adesso, manda un biglietto al leghista Giorgetti, che quella Costituzione aveva appena chiamato «borbonica». Poi, fa plateale cenno ai banchi di Forza Italia, applaudite Gasparri che parla per An. Detto, fatto.

          Si alza Fassino, punta, anche fisicamente, il dito. E’ il penultimo intervento prima del voto, c’è agitazione dall’altra parte dell’emiciclo, tra i banchi di An, mentre Stefania Prestigiacomo si accomoda accanto a Berlusconi ripiegando uno strano fazzoletto bianco, rosso e verde. Il segretario dei diesse ha lo sguardo acuto, «Non basta sventolare il Tricolore, quando con questa vostra riforma della Costituzione il tricolore viene calpestato». E’ tutta colpa del povero Aurelio Gironda, che invece di nascondere come tutti gli altri deputati di An la bandiera italiana formato A4 in una cartellina, l’ha ingenuamente lasciata scoperta sul suo banco. Di lì a poco, a risultato raggiunto, la sventoleranno come già altre volte in altri passaggi, e non a caso. An deve mostrare di «cavalcare» la devolution per non lasciare nel proprio elettorato l’impressione di aver ceduto alla Lega. Berlusconi lo sa, e per questo poco prima si era improvvisato come inedito capo claque per Gasparri. La Lega invece si limita a srotolare due immensi striscioni bianchi e neri, con un vistoso «Grazie Bossi» esposto in favore di telecamera. Bossi è rimasto al Nord. E per fortuna: dai banchi di An, assieme al Tricolore, c’è chi agita il vessillo col mostro a tre gambe della Sicilia, e soprattutto dell’autonomismo siciliano. Il varo della legge, poi, si consuma con relativa rissosità, rispetto a quel che è accaduto quando ha preso la parola Ciro Falanga, recentemente transumato da Forza Italia alla Sbarbati: «State sbagliando come sbagliai io quando entrai nella Cdl, così come sbagliarono molti italiani». Vergogna, vergogna, venduto, venduto, gridano gli interessati. L’Aula esplode, e Casini impugna il microfono: «Ma stiamo scherzando? Zitti, dovete lasciar parlare».

          La giornata era cominciata alle nove e mezza del mattino, venticinque deputati dell’opposizione iscritti a parlare, quaranta presenti in Aula. Prima, i parlamentari dell’Unione avevano tenuto una lunga riunione in cui Prodi spiega che alla «tragedia che sta per compiersi», ovverossia «un testo che non ha nulla della dignità di una Costituzione», dovuto alla «maggioranza che corre verso il baratro della devolution per compiacere gli anti-italiani», potrà porre rimedio «solo il popolo italiano, con un referendum». Ciampi, fa sapere il costituzionalista Andrea Manzella, firmerà la legge solo dopo il referendum, così come le odierne regole prevedono.