“StatoLiquido” F.Bertinotti: «L’esito? Non è scontato»

22/06/2005
    mercoledì 22 giugno 2005

      «L’UNIONE CORRE COSÌ UN PERICOLO POPULISTA? NO, IL RISCHIO ERA L’OPPOSTO: IL DISTACCO DEI DIRIGENTI DAL POPOLO DELLE RIFORME»

        Bertinotti e le primarie
        «L’esito? Non è scontato»

          «Poi non c’è solo il problema di chi vince, ma anche di come si vince,
          con quali idee-forza. Ci si può affermare anche senza vincere»

          intervista
          Riccardo Barenghi

            ROMA
            SE gli chiedi quanti voti pensa di prendere alle primarie, non risponde. Anzi, risponde così: «Questo non si dice». Fausto Bertinotti è il leader politico che nel centrosinistra molti guardano con timore (o terrore), timore che rifaccia a Prodi lo stesso scherzetto del ‘98. Ma il Bertinotti di oggi non assomiglia affatto a quello di sette anni fa, è un’altra persona. Dopo la ritrovata unità della coalizione, il segretario di Rifondazione sprizza addirittura ottimismo.

              Prodi resta il leader, si fanno le primarie, poi il programma, poi forse il governo. Ma dopo aver rischiato di precipitare nell’abisso, questa soddisfazione così ostentata da tutti non le sembra un po’ esagerata, artificiale?

                «Proprio perché usciamo da un periodo in cui tutto congiurava per il peggio, in cui sembrava che si fosse perduto il lume della ragione, tanto più si tira il fiato. Oltretutto mi pare che ne siamo usciti nel modo giusto, ossia con l’intenzione di costruire l’Unione, una coalizione con una forza propria. E le primarie sono una tappa fondamentale di questo percorso».

                  Però accanto alle primarie avete anche deciso di costituire un direttorio composto dai nove segretari dei partiti, una sorta di messa sotto tutela di Prodi?

                    «Neanche per sogno. Io penso a una vera e propria fase costituente della nostra Unione, che deve reggersi su due gambe: la legittimazione popolare da un lato e la forza dei partiti dall’altro».

                      La prima tappa della legittimazione popolare saranno appunto le primarie di ottobre. Un gioco un po’ truccato, tutti sanno che il leader sarà Prodi ancora prima di votare.

                        «Ma in ogni competizione l’esito non è mai scontato. E poi non c’è solo il problema di chi vince, ma anche di come si vince. Di cosa insomma si mette in campo, quali idee-forza, quale impostazione politica generale. Che si può affermare anche senza vincere».

                          In altre parole, lei pensa di perdere ma di ottenere un risultato tale da condizionare la politica del vostro governo?

                            «Io mi candido per dare una presenza, un’impostazione di sinistra alla coalizione. Non un programma contro un altro, quello lo faremo tutti insieme (e non a caso l’assemblea per vararlo è stata fissata due mesi dopo le primarie). Ma appunto l’ispirazione che dovrà guidare la politica del nostro eventuale governo».

                              Per arrivarci però non avete bisogno solo delle primarie per legittimare il leader e misurare i rapporti di forza interni, ma anche di firmare un accordo addirittura dal notaio, un patto di sangue che deve tenervi insieme. Lei ha anche detto che è disponibile a concedere al leader dell’Unione il potere di vita e di morte sul suo governo. Un’Unione che ha bisogno di tali e tante formalità per stare insieme non dà la sensazione di un’unità reale.

                                «Possiamo anche dire che si tratta di superfetazioni, i patti, i notai, tutte cose ridondanti e anche un po’ ridicole. Ma la cosa importante è il messaggio che vogliamo dare al popolo della sinistra, cioè che proveremo in tutti i modi a governare insieme per cinque anni. E che se non dovessimo riuscirci, diciamo da subito no a pasticci o inciuci e sì alle elezioni. Ovviamente il potere di scioglimento del Parlamento resta nelle mani del Capo dello Stato, ma il nostro è un impegno politico al quale io attribuisco un grande valore».

                                  Mastella propone addirittura che nessuno voti mai contro il governo, al massimo ci si può astenere.

                                    «Questa è una sua opinione. A me non interessano le gabbie procedurali, non hanno significato. Conta la politica. E la politica significa essere capaci di governare insieme».

                                      Ma se Rifondazione si trovasse in dissenso su un provvedimento del governo di cui fa parte, voterebbe contro?

                                        «Non voglio fasciarmi la testa prima di rompermela. Se si arrivasse a un caso del genere, saremmo alla rottura e al fallimento. Io però scommetto sull’impegno (mio e degli altri) di arrivare fino in fondo con un programma condiviso. Penso che non sia più tempo di traccheggiare o di galleggiare. O si vince alla grande, nel senso che si vincono le elezioni ma poi si vince soprattutto la sfida di un governo diverso. Oppure si perde, altrettanto alla grande».

                                          Primarie, legittimazione popolare, superpoteri del leader: l’impressione però è che il populismo berlusconiano si sia infiltrato anche nel vostro campo.

                                            «Forse. Ma il pericolo maggiore che io vedo oggi non è questo bensì il suo opposto. Ossia il distacco dei dirigenti dal popolo, un riflesso elitario, la costruzione di un recinto aristocratico – anche un po’ saccente – in cui il ceto politico si rinchiude. Ben venga allora il popolo. Perché se l’Unione non si dà come suo compito fondamentale quello di costruire il Popolo delle riforme, magari decidendo anche quale debba essere il suo blocco sociale di riferimento, allora perderemmo anche vincendo».