“StatoLiquido” È l’ora delle autocritiche (F.Rondolino)

07/06/2005
    martedì 7 giugno 2005

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    IL DOPO VOTO E LE POLEMICHE RIDISEGNANO IL «CHI E’» DEGLI EUROPEISTI

      E’ l’ora delle autocritiche
      Parte l’euro-ripensamento

        Le riserve di D’Alema e Amato. L’ortodossia di Monti e Padoa
        Schioppa. E a sorpresa l’euroscettico Tremonti diventa realista

        analisi
        Fabrizio Rondolino

          ROMA
          AI bisogni, alle paure e alle speranze dei cittadini europei «l’Europa non è stata capace di rispondere, perché ha cominciato ad erodere il potere degli Stati senza sostituirlo con una nuova dimensione politica ma soltanto con un surrogato burocratico-amministrativo». Parola di Massimo D’Alema, presidente dei Ds e leader, se così si può dire, della corrente "euroriformista" formatasi a sinistra all’indomani della doppia bocciatura del Trattato. In Italia, dove ogni avvenimento, non importa se di quartiere o planetario, diventa oggetto di polemiche a non finire e pretesto per sonore litigate, stupisce trovare in bocca al leader della Quercia parole molto simili a quelle pronunciate dal presidente del Consiglio, che ha per l’appunto puntato l’indice contro «le troppe leggi, i troppi regolamenti e la troppa burocrazia» che «hanno allontanato i cittadini dall’ideale comunitario».

            La nuova corrente "euroriformista" conta fra i suoi membri più illustri anche Giuliano Amato, il quale, intervistato dal "Corriere", ha subito messo le mani avanti: «Il testo che chiamiamo Costituzione lo è per due terzi, l’ultima parte è una riscrittura di tutte le norme dei trattati precedenti, e non ha né rango né contenuto di Costituzione. Disperatamente dissi più volte: non le mettiamo insieme. Oggi il documento è criticato perché è un gigantesco mattone…». E se lo dice un membro della Convenzione che l’ha scritto, il «mattone», c’è da credergli. Ci si potrebbe anche chiedere perché mai i riformisti del centrosinistra siano usciti allo scoperto soltanto ora, a frittata fatta.

              Molto semplicemente, il voto francese e olandese ha dato la sveglia, come si suol dire, anche alla classe politica italiana, provocando mutamenti d’opinione e veri e propri sommovimenti destinati a rimescolarne la topografia. Con il rischio che a finire schiacciato sia Romano Prodi, europeista "senza se e senza ma", ex presidente della Commissione nonché candidato alla presidenza del Consiglio. La posizione ufficiale dell’Ulivo, infatti, è (o sarebbe) rigorosamente europeista: ma, a scorrere il dibattito di questi giorni, sembra che a difendere le ragioni dell’Europa più o meno così com’è sia rimasto soltanto Prodi: «Col tempo – aveva dichiarato a "Repubblica" qualche giorno fa – si sono create alcune leggende metropolitane, come quella della grande burocrazia di Bruxelles». E ancora ieri: «Sono orgoglioso di aver portato l’Italia nell’euro insieme all’allora ministro del Tesoro Ciampi. Il problema non è l’euro, ma è l’Italia». Cioè Berlusconi che la governa. E tuttavia, se si escludono gli interventi autorevolissimi ma "tecnici", come quelli di Tommaso Padoa-Schioppa («Credo che il bisogno di Europa non diminuisca ma aumenti») o di Mario Monti («Senza il nuovo trattato sarà ancora più difficile conseguire il benessere e la sicurezza che gli Stati nazionali sono sempre meno in grado di garantire»), Prodi è rimasto solo. Né può consolarlo la consonanza con Ciampi: il Presidente è all’ultimo anno di settennato e si appresta ad entrare trionfalmente nel pantheon dei padri della patria, mentre il Professore è in campo aperto per consolidare la leadership dell’Unione e per scalzare Berlusconi da Palazzo Chigi.

                Proprio il carattere "politico", dunque anche propagandistico e demagogico, dello scontro sull’Europa da qui al 2006 ha probabilmente spinto due politici accorti come D’Alema e Amato a smarcarsi dall’ortodossia europeista, così da avere più strumenti per affrontare gli attacchi del Polo. Il quale, a sua volta, ha visto nascere una corrente "eurorealista", sorprendentemente guidata da Giulio Tremonti. Con interviste e interventi sulla stampa europea, l’ex ministro dell’Economia, considerato fino a ieri il leader degli euroscettici, ha invece rilanciato la posta, spingendosi addirittura a dipingere – con toni che diresti bertinottiani – un’"Europa dei popoli" contrapposta ad una "élite miope" e incapace. Perché l’Europa non diventi "un museo economico", Tremonti ha poi indicato un triplice piano d’azione imperniato su protezionismo e investimenti pubblici. E si è nettamente differenziato da quegli euroscettici "conservatori", come il presidente del Senato, secondo cui «il trattato è costituzionalmente morto: non si può andare avanti con le ratifiche». Pera, per la verità, è la sola voce dissonante all’interno del Polo: perché tutti gli altri – a cominciare dallo stesso Berlusconi e dal ministro degli Esteri, Fini – non hanno mai messo in discussione il processo di ratifica che dovrà concludersi fra due anni.

                  E’ fuori dal Polo, nei pascoli frizzanti della Casa delle Libertà, che è esplosa invece la rabbia degli ultrà: Roberto Maroni ha proposto un referendum per abrogare la lira, mentre il suo collega Calderoli se l’è presa direttamente con Ciampi, «uno di quelli che ha spinto perché il nostro Paese entrasse a tutti i costi nell’euro». Neppure l’intervento di Berlusconi a difesa del Quirinale ha indotto Calderoli al silenzio: l’altro giorno ha proposto di sostituire l’euro con «la Lira con la L maiuscola legata al dollaro», e ha poi accompagnato Bossi in persona a fare un sopralluogo a Pontida, dove prossimamente partirà la nuova campagna leghista contro l’Europa. Ma sarebbe sbagliato ridurre all’ennesimo fenomeno di folklore padano la violenta presa di posizione della Lega.
                  Perché anche due commentatori autorevoli e lontani le mille miglia dal Carroccio, Angelo Panebianco e Ernesto Galli della Loggia, hanno espresso un giudizio fortemente negativo sul "tabù dell’europeismo" finalmente infranto. Secondo Galli, «il voto franco-olandese ha avuto il merito di mandare in pezzi per sempre il giocattolo» costruito dalla burocrazia di Bruxelles; per Panebianco «troppa ipocrisia e troppa arroganza» sono alla base di una sconfitta per molti aspetti salutare.

                    Quel che è certo, è che un’opinione pubblica tanto "europeista" nei sondaggi quanto svogliata nella realtà ha dovuto assistere ad un dibattito che, in quest’ampiezza, non si era probabilmente mai sviluppato. Se si aggiunge l’avvio da parte della Commissione europea della procedura di deficit eccessivo nei confronti dell’Italia (Siniscalco ha già definito "alieni" i tecnici di Bruxelles), è probabile che abbia ragione D’Alema nel pronosticare un uso massiccio dell’Europa nella prossima campagna elettorale. Ognuno, come si dice, proverà a tirar l’acqua al proprio mulino. Rocco Buttiglione, per esempio, non ha dubbi: il no francese non è isolato, «c’è stato un altro caso altrettanto premonitore». Quale caso?, chiede la giornalista. «Il caso Buttiglione, se permette».