“StatoLiquido” Dal premier ultima offerta ai centristi

21/09/2005
    mercoledì 21 settembre 2005

    MAGGIORANZA: OGGI VERTICE DECISIVO

      Dal premier
      ultima offerta
      ai centristi

        retroscena
        Augusto Minzolini

          ROMA
          L’ultima offerta è arrivata ieri, nel primo pomeriggio, sulla scrivania dei leader ex-democristiani. Non aveva l’enfasi cruenta di quella che «non si può rifiutare» fatta da Marlon Brando nel Padrino, ma preceduta dall’editto di Silvio Berlusconi del mattino agli alleati – «o con me, o fuori» – è stata accolta dagli interessati come un serio aut-aut. Del resto ha avuto l’incubazione tradizionale delle offerte finali: prima è stata messa a punto dagli «sherpa» dei partiti del centro-destra; poi, Silvio Berlusconi ha strappato al telefono il «sì» di Gianfranco Fini; quindi, è stata recapitata allo stato maggiore dell’Udc; e, se tutto andrà per il meglio, oggi dovrebbe essere ratificata da un vertice di maggioranza. L’ipotesi va incontro – a parte la questione delle preferenze – a tutte le richieste di quella parte dell’Udc che crede nell’alleanza di centro-destra (Pierferdinando Casini) e non lascia grossi alibi a chi, invece, vorrebbe rompere in ogni caso e continua a ripetere che del Cavaliere, di Fini e di Bossi «non ci si può fidare» (Follini). A questo punto il re è nudo. Lo «schema» di accordo sull’argomento più dibattuto, cioè la soglia di sbarramento, prevede questo: un partito che fa parte di una coalizione ha una sua rappresentanza parlamentare se raccoglie almeno il 2% dei voti; per coalizione si intende uno schieramento che raggiunga almeno il 10%; infine, un partito che non faccia parte di nessuna coalizione per entrare in Parlamento deve superare la soglia del 4%.

            La novità è che ora il Cavaliere il proporzionale lo vuole davvero. Proprio lui, infatti, alla fine ha sposato, anche se per motivi diversi, le tesi di Casini. Motivi? Il primo riguarda la solita mania dei sondaggi: negli ultimi il centro-destra va meglio nel proporzionale che non nel maggioritario (nel primo la differenza a favore del centro-sinistra è del 2%, nel secondo è del 3%). Il secondo motivo, invece, è più squisitamente politico e ha una sua fondatezza. «Con i litigi che hanno contrapposto i partiti della maggioranza negli ultimi mesi – ha spiegato l’altro ieri il Cavaliere nella riunione di Arcore – è molto difficile che nei collegi uninominali gli elettori leghisti votino per i candidati dell’Udc e viceversa. E la stessa idiosincrasia potrebbe ripetersi anche tra quelli di An e gli ex-dc. Per cui se vogliamo davvero mettere insieme tutti i consensi che abbiamo nel Paese il sistema proporzionale diventa una strada obbligata. Se, invece, l’Udc si tira fuori, se non vuole più sostenere la battaglia per il proporzionale e vuole continuare in uno stillicidio di polemiche, allora è meglio seguire il modello del mio amico Koizumi: puntiamo su una coalizione compatta, sbattiamo fuori chi nell’Udc non è leale con noi e teniamoci il maggioritario».

              Insomma, siamo all’appello finale. Chi non ci sta è perché proprio non ci vuole stare. E questa volta il Cavaliere, forte di una proposta che accoglie tutte le preoccupazioni espresse in queste settimane dagli ex-dc, ha chiamato a raccolta anche chi nell’Udc continua a credere nella prospettiva strategica del centro-destra. Ieri mattina, ad esempio, ha avuto un colloquio chiarificatore con Rocco Buttiglione che, a quanto pare, ha risposto all’appello: «Sul proporzionale – ha spiegato il ministro – dobbiamo andare avanti. Bisogna dialogare con l’opposizione, ma se il “no” del centro-sinistra si trasforma in un veto dobbiamo andare avanti lo stesso». Anche un altro ministro, Carlo Giovanardi, si è schierato apertamente: «L’Udc che non vota la devolution? Non scherziamo, Follini può dire quello che vuole, ma io la voto lo stesso». E ieri, nell’assemblea del gruppo della Camera dell’Udc l’unico che ha continuato nel ritornello «non ci possiamo fidare» è stato Bruno Tabacci, mentre Buttiglione e altri tre deputati – D’Agrò, Lucchese e Barbieri – hanno lanciato lo slogan «l’Udc non può sottrarsi alla battaglia sul proporzionale».

                Infine, ultimo problema, il rapporto tra Pierferdinado Casini e Marco Follini. I due hanno preso strade diverse: il primo, anche se dal suo ruolo istituzionale non vuole avere un ruolo di punta nella modifica della elegge elettorale, vuole andare avanti; il secondo, invece, vuole rompere con il centro-destra in ogni caso. Per comprendere le due posizioni non bisogna solo ricorrere alla logica politica, ma anche alla psicologia. La logica di Casini è semplice: una leadership diversa nel centro-destra come nel centro-sinistra passa per una legge elettorale che ponga fine nei due schieramenti all’egemonia dell’«asse del nord» (alleanza Forza Italia e Lega) nella Cdl e del modello emiliano nell’Unione; il presidente della Camera è convinto che finché ci sarà questo sistema elettorale i candidati saranno sempre Berlusconi e Prodi, anche fra cinque anni, magari aiutati da un altro trapianto o da una tintura per i capelli più forte, o comunque, dei loro surrogati; il proporzionale, invece, offre a tutti i leader presenti nelle due coalizioni la possibilità di giocarsi le loro chance per la successione.

                  Follini, invece, vuole rompere con il centro-destra, portare il partito su una linea politica diversa da quella di Casini per conquistarne la leadership senza nessuna tutela: «Ha la sindrome – per usare le parole di un uomo vicino al presidente della Camera – del proconsole che vuole diventare Imperatore. Non per nulla finora ha messo il bastone fra le ruote ad ogni ipotesi d’accordo sulla legge elettorale».

                    Ora la prima partita sta per finire: se nell’Udc la strategia di Casini avrà la meglio, ci sarà l’intesa sul proporzionale; se prevarrà Follini gli ex-dc, o una parte di loro, diranno addio a Berlusconi. Nel caso la maggioranza arrivasse all’intesa sulla legge elettorale la seconda partita si svolgerà con l’opposizione, in Parlamento. E se ne vedranno delle belle in entrambi i campi. «Mastella ci ha fatto sapere – confidava ieri il deputato di An, Saia, a Montecitorio – che se la soglia di sbarramento è al 3% lui e i suoi nel segreto dell’urna voteranno la nuova legge».