“StatoLiquido” Così l’ex premier mandò in pensione il «suo» Ulivo

17/06/2005
    venerdì 17 giugno 2005

      LA RINUNCIA AL PARTITO «DEMOCRATICO» CHIUDE UNA FASE TORMENTATA DEL DIBATTITO NEL CENTROSINISTRA

        Così l’ex premier mandò in pensione il «suo» Ulivo

          di Fabrizio Rondolino

            IL progetto dell’Ulivo resta tutto intero, è soltanto proiettato su una prospettiva un po’ meno immediata…», spiega impassibile il portavoce di Romano Prodi al termine di una giornata di incontri e telefonate culminata nella rinuncia alla lista unitaria da parte del Professore. Il quale dunque accetta – né potrebbe fare altrimenti – le decisioni della Margherita, piega il capo alla volontà dei partiti, rinvia sine die la costituzione del «partito riformista» e mette la parola fine all’esperienza e ancor più all’utopia ulivista. Da ieri sera, dunque, il centro-sinistra torna a scriversi col trattino, perché è un’alleanza elettorale fra partiti diversi e non, come fortissimamente voluto da Prodi, l’embrione di un partito nuovo, unitario e, ça va sans dire, prodiano.

              Nato fra Bologna e Roma, fra piazza del Gesù e Botteghe Oscure, nei mesi in cui il primo governo Berlusconi andava sfarinandosi e Bossi si preparava al «ribaltone», l’Ulivo ha diversi padri putativi, almeno quante sono le identità culturali e le strategie politiche dei partiti e dei movimenti che vi hanno dato vita. Romano Prodi – il professore di economia, l’ex presidente dell’Iri, il cattolico democratico portato alla politica da De Mita – parve allora il leader ideale della nuova alleanza, sia a D’Alema e a Veltroni (il primo segretario del Pds, il secondo direttore dell’«Unità»), sia alla maggioranza del Partito popolare, raccolta intorno a Gerardo Bianco, Marini e De Mita, che proprio sulla scelta dell’alleanza a sinistra aveva subìto la scissione di Buttiglione. Prodi insomma arriva dopo: o, per meglio dire, incontra ad un certo punto della sua strada, condotto per mano da Beniamino Andreatta, gli eredi della Dc e del Pci che gli offrono la leadership del centrosinistra.

              Si capisce già dal racconto delle sue origini come l’Ulivo – il nome venne un anno dopo, e fu subito un successo di marketing – contenga al proprio interno una dicotomia insuperabile. Da un lato, c’è chi l’ha immaginato e voluto come un’alleanza fra partiti rigorosamente autonomi, giustificata di volta in volta come necessità imposta dalla legge elettorale maggioritaria (che consentì a Berlusconi di vincere e quasi cancellò il Ppi), oppure come coronamento della politica di solidarietà nazionale e inveramento della «terza fase» morotea. Dall’altro lato, c’è invece chi ha visto nell’Ulivo un fenomeno qualitativamente nuovo, capace di andare oltre le appartenenze e le identità culturali per forgiare un nuovo soggetto politico, né (post)comunista né (post)democristiano ma «democratico». Proprio quell’aggettivo così amato da Prodi (che chiamerà «I Democratici» il suo partitino poi confluito nella Margherita) e da Veltroni divenne però la pietra dello scandalo: perché se agli «ulivisti» piaceva perché indicava un superamento delle tradizioni e una fusione di culture politiche, ai «partitisti» faceva orrore perché liquidava cent’anni di storia.

              Lo scontro fra le due anime della coalizione ebbe picchi di inusitata violenza – per esempio quando D’Alema ironizzò su un «Ulivo mondiale» da fare insieme a Kohl o quando, al seminario ulivista di Gargonza, spiegò senza mezzi termini che la politica è fatta di partiti – e momenti di bonaccia. Come tutte le battaglie ideali, nascondeva anche un robusto scontro di potere: da una parte il tandem Prodi-Veltroni (e dunque il governo), che spesso s’appoggiò a Bertinotti in un gioco di sponda poi rivelatosi fatale, e dall’altra l’asse Marini-D’Alema (e dunque i partiti della maggioranza). Lo scontro, come sappiamo, si risolse temporaneamente a favore dei «partitisti», e il governo D’Alema – giudicato da Prodi frutto di un complotto – si presentò esplicitamente in Parlamento come «governo di coalizione». La caduta di D’Alema, nemmeno due anni dopo, fu da molti imputata ad un’insorgenza ulivista, il cui trasversalismo già in passato aveva aiutato Prodi. Al quale, va ricordato, non è mai venuto meno il consenso e l’appoggio dei partiti minori della coalizione, legittimamente timorosi dell’egemonia dei maggiori.

              Gli anni sono passati, Prodi è tornato da Bruxelles intenzionato a guidare nuovamente il centrosinistra, ma i termini della discussione sono più o meno rimasti gli stessi. Prodi voleva la lista unitaria per gettare le fondamenta del «suo» partito unico; Rutelli invece ha difeso – come D’Alema un tempo, per paradossale che ciò possa suonare – l’autonomia della Margherita, e dunque dei partiti in quanto tali. Hanno vinto i partiti, e l’Ulivo se ne va in pensione per sempre.