“StatoLiquido” C.Rimini: Pacs e Ccs? Un falso problema

21/09/2005
    mercoledì 21 settembre 2005

      COPPIE DI FATTO NEL DIBATTITO POLITICO INTERVIENE L’ ESPERTO DI DIRITTO PRIVATO

        Rimini: Pacs e Ccs? Un falso problema

          intervista
          Chiara Beria Di Argentine

            MILANO
            «Sono esterrefatto. Il dibattito di questi giorni a colpi di acronimi – Pacs e Ccs – mi sembra schizzofrenico, caricato di eccessivi significati ideologici. C’è chi usa toni drammatici per un problema che in realtà è quasi di dettaglio; se vogliamo occuparci seriamente di diritto di famiglia ben altre sono le cose da denunciare. Abbiamo norme vecchie, illeggibili nella società attuale, al limite dell’indecenza». A parlare è Carlo Rimini, 38 anni, professore di diritto privato alla Statale di Milano, nipote e braccio destro del famoso matrimonialista, Cesare Rimini. Sulla sua scrivania ha i testi delle leggi che, da anni, in altri Paesi europei, come la Francia, disciplinano le convivenze. Altra pila di carte, le proposte di legge presentate nel nostro Parlamento: «Unione registrata», «Disciplina dell’unione affettiva», «Norme sulle unioni civili». Rimini le ha studiate attentamente e non è ottimista. Spiega: «Analizzando il lavoro parlamentare si capisce che il legislatore ha il terrore di occuparsi di diritto di famiglia. In questa legislatura sono state fatte centinaia di proposte ma solo una, l’affidamento congiunto, dopo il voto della Camera deve essere approvata dal Senato. Vedremo se arriverà in fondo».

              Rimini, condivide il giudizio di Chiara Saraceno? E cioè che Francesco Rutelli proponendo i Ccs (contratti di convivenza solidale) avrebbe «scoperto l’acqua calda»?

                «Condivido, porre il problema come ha fatto Rutelli è sbagliato. Per anni quelli che fanno il mio mestiere hanno discusso se due persone – eterosessuali o omosessuali – che vivono insieme senza essere sposati possono disciplinare la loro vita di coppia. Ebbene la giurisprudenza italiana, sulla base del diritto vigente, ha dato una risposta affermativa al quesito: la gente è libera di regolare ciò che vuole con contratti di diritto privato e, tutti noi avvocati, li facciamo. In verità, per ora, sono uno strumento d’élite; le coppie che ce li chiedono raramente sono di omosessuali. Più spesso sono signori di una certà età che avevano già dei figli e che non vogliono mischiare i rispettivi patrimoni o persone preoccupate di tutelare il convivente che, dopo la sua morte, rischia di restare senza casa e non ha diritto alla pensione reversibile. Rutelli, insomma ha eluso la domanda: rispetto a questa libertà che già esiste, lo Stato italiano ha o no interesse a stabilire delle regole?».

                  Qual è la sua risposta?

                    «Non ho dubbi: è sacrosanto che lo Stato disciplini questa materia ponendo anche dei limiti, dei paletti. Si occupa di franchising o di leasing e non di contratti che tanto incidono nella nostra società. Assurdo!».
                    In mancanza di una legge cosa avviene? Una persona non ancora divorziata può sottoscrivere un patto all’insaputa dell’ex coniuge?
                    «Certo, nel Far West può succedere anche questo. La migliore legge in materia, quella francese del 1999, gli ormai famosi Pacs (Patti di solidarietà e di convivenza), alla quale si riferiva Romano Prodi, stabilisce infatti che possono essere stipulati solo tra persone non sposate. Si va davanti a un pubblico ufficiale, si viene ammoniti sulla serietà del patto, tutto viene fatto con una certa solennità…».

                      Insomma, è un rito. Quasi un piccolo matrimonio?

                        «No, non è un matrimonio né lo vuole essere. Sono limitati diritti concessi in cambio di alcune regole, prevalentemente economiche, concordate dalla coppia. E ancora. Regole da applicare al momento del fallimento di un progetto di convivenza (esempio: a chi spettano i beni mobili comprati durante la vita comune). La legge francese, in sostanza, dà la cornice di questo patto ed equipara la convivenza al matrimonio solo per alcuni aspetti previdenziali e fiscali (in Francia la dichiarazione congiunta è più conveniente). Paletti? Ne cito uno: a differenza di alcune proposte del centrosinistra, in Francia al convivente non sono estesi i diritti di successione. Mi sembra ragionevole, per altro noi abbiamo la quota legittima dalla quale non si può derogare. Tutto qui; nel ’99 la legge fu varata in Francia senza tanti clamori. Da noi invece… Come si può confondere – come è stato fatto da alcuni in questi giorni – questo problema con quello serissimo ma diversissimo dell’esclusione dall’istituto del matrimonio degli omosessuali? Incredibile!».

                          Senza Pacs, per sua esperienza professionale, qual è la cosa che più angoscia le coppie di fatto?

                            «Non c’è dubbio: la casa. Oggi alla fine di una convivenza si può essere mandati via senza poter far nulla. O ancora. Se muore il titolare del contratto di locazione il suo convivente, a differenza del coniuge, non ha diritto a subentrare. Ci sono poi i problemi dei conviventi con figli: per risolvere un conflitto se si lasciano invece che al giudice della separazione saranno costretti a rivolgersi al Tribunale dei minori, problema in più».

                              Dopo anni e anni di vita in comune il convivente ha qualche diritto? O può essere mandato a quel Paese senza un soldo, senza un grazie?

                                «Con la nostra attuale legge il convivente non matura alcun diritto. Una proposta molto articolata, presentata dai Verdi, punta a tutelare la parte più debole della coppia prevedendo che, dopo un certo numero di anni, si possano far valere dei diritti. Cosa penso? In questi casi la scelta di non sposarsi dipende da rapporti di forza sbilenchi, non credo che la legge debba intervenire a riequilibrarli. Se una persona ha deciso di non sposarsi deve essere libero di farlo, non puoi imporglierlo. E poi la convivenza deve essere un nuovo istituto, diverso dal matrimonio. Altrimenti non ha senso introdurlo».

                                  Nessun pericolo allora per la sopravvivenza della famiglia doc?

                                    «Suvvia siamo seri, con tutti i problemi che abbiamo! Prendiamo le norme del nostro codice civile sulla comunione dei beni tra coniugi: roba medievale. Sostanzialmente vengono dagli statuti dei comuni sardi, passati in Francia e copiati in peggio, dal nostro legislatore. Risultato: un grave deficit di tutela della parte più debole. Ma, intanto, ci si azzuffa sui Pacs».