“StatoLiquido” Berlusconi lancia l’operazione recupero

17/10/2005
    domenica 16 ottobre 2005

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    LA STRATEGIA DEL PREMIER «NON DOBBIAMO DARGLI L’ALIBI PER PASSARE DALL’ALTRA PARTE PRIMA DELLE ELEZIONI»

      Berlusconi lancia l’operazione recupero

        retroscena
        Augusto Minzolini

          ROMA
          E pensare che per evitare che Marco Follini facesse il «beau geste» Pierferdinando Casini le aveva provate tutte. E visto che le nomine da sempre sono la cartina di tornasole dei giochi interni democristiani, lunedì scorso, non senza un certo fastidio, gli uomini del presidente della Camera avevano anche ceduto all’impuntatura dell’allora segretario dell’Udc che ha voluto a tutti i costi un suo collaboratore, Franco Smurro, nel consiglio d’amministrazione della Terna e ha preteso la conferma di Francesco Samengo alla vice-presidenza di Sviluppo Italia. Per questo e altro Casini era talmente sicuro di essere riuscito a trovare una camera di compensazione alla rabbia del suo ex gemello, che l’altra sera aveva inviato questo messaggio al Cavaliere: «Marco darà le dimissioni, il partito le respingerà e lui rimarrà al suo posto».

            E invece niente. Visto che la politica non è solo nomine ma anche “passione”, ieri Follini ha mantenuto la parola. Si è dimesso un volta per sempre. Prendendo in contropiede Casini, facendo infuriare Gianfranco Fini e lasciando il premier e i suoi consiglieri perplessi. Diciamo la verità, Berlusconi avrebbe preferito un altro epilogo: un Follini nel ruolo del figliol prodigo, che prende atto di non avere il partito sulla sua linea e accetta l’opinione della maggioranza. Ma purtroppo la dialettica interna ad un partito è difficilmente gestibile, se poi si parla di democristiani è inutile addirittura provarci. Tant’è che alla fine le dimissioni di Follini dentro la direzione dell’Udc non sono state neppure respinte con quell’energia che sarebbe stata necessaria per far ritornare il personaggio sui suoi passi: nei fatti, i capi democristiani non se la sono sentita di mantenere Follini alla segreteria del partito, cioè in un ruolo che, con la nuova legge elettorale, ha l’ultima parola sulla scelta dei candidati alle prossime elezioni.

              Così, alla fine, Berlusconi ne ha preso atto. Semmai, dopo aver letto il duro j’accuse dell’ex segretario dell’Udc, gli ha reso l’onore delle armi e si è premurato di dire che c’è sempre posto per Follini nel centro-destra: «Le sue dimissioni meritano rispetto – ha dichiarato con una certa solennità – gli auguro di continuare il suo impegno politico nella Cdl, che ha bisogno del suo contributo per affrontare le difficili battaglie che l’attendono». Parole soppesate con attenzione, appunto, perché quello che il Cavaliere vuole evitare è una nuova scissione nell’Udc (o anche la perdita del solo Follini) e, comunque, non vuole dare nessun alibi a un’operazione del genere.

                Il “pericolo” ieri è emerso nei discorsi che il premier ha fatto con i suoi collaboratori sui motivi e le logiche che hanno spinto Follini a comportarsi in questo modo. Da una parte c’è la delusione, anche umana, verso Casini. L’ex segretario dell’Udc si è sentito preso in giro dal presidente della Camera. Addirittura pochi giorni fa, quando ormai nel partito era già rimasto solo, Follini si è sfogato con uno dei consiglieri del premier per spiegargli che lui in realtà non aveva mai perseguito l’ipotesi di una rottura definitiva tra l’Udc e il centro-destra, semmai questa era un’idea che aveva preso più sul serio qualcun altro, cioè Casini. «Io – ha spiegato – non ho mai pensato di rompere davvero. Volevo tirare la corda per portare l’intero centro-destra sulle nostre posizioni, questo sì. Ma ad una rottura vera con voi non ho mai creduto. Qualcuno (Casini, ndr), invece, ci stava prendendo gusto. Ma da un momento all’altro ha cambiato idea».

                  Quindi, il Cavaliere è consapevole che nella scelta di Follini pesa anche una componente personale non indifferente. Quelle parole del segretario dell’Udc al suo partito – «ce l’ho con voi e non con Berlusconi» – lo hanno colpito. Ma il premier è troppo abituato ai voltafaccia dell’ultimo minuto a due mesi dalle elezioni (il caso di Vittorio Dotti gli è rimasto in mente) per non mettere le mani avanti. «Ci sono due possibilità – ha spiegato ai suoi -. O Follini si è dimesso in quella maniera perché è più fragile di quanto pensassi. Quello che ha fatto ieri politicamente è un suicidio. A meno che il personaggio, invece di essere fragile – e questa è la seconda possibilità – alla fine non si dimostri diabolico. Chi può escludere, infatti, che a gennaio non decida di lasciare il centro-destra e passare con gli altri? Per questo non bisogna dargli nessun alibi».

                    Per questo motivo il premier avrebbe tutta l’intenzione di recuperare quel personaggio «scomodo». O, comunque di provarci. In fondo, alla fine, quel democristiano che non si comporta da democristiano lo incuriosisce non poco. «Un altro al suo posto – ha confidato ai suoi – si sarebbe adeguato. Avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco. Avrebbe cambiato linea dopo essersi reso conto di essere in minoranza nel partito per poi ritirare fuori le sue ragioni al momento opportuno. Invece lui non ha sentito ragioni…».