“StatoLiquido” Almunia: niente manovra bis, basta una buona Finanziaria

08/06/2005
    mercoledì 8 giugno 2005

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    IL COMMISSARIO UE PER L’ECONOMIA SPIEGA LA DECISIONE E NEGA OGNI POSSIBILITÀ DI RINUNCIA ALL’EURO: «È LA NOSTRA MONETA»

      Almunia: niente manovra bis
      basta una buona Finanziaria

        In caso di approvazione Ecofin ci sarebbero quattro mesi per adeguarsi
        «Siniscalco mi ha detto che entro giugno traccerà la strada con il Dpef»

        intervista
        Enrico Singer

          inviato a STRASBURGO

            NESSUNA persecuzione. Ma l’applicazione di regole che sono uguali per tutti e che fanno bene alla salute dell’economia dei Paesi dell’Unione. In questo caso dell’Italia». Joaquin Almunia ha ancora la sua relazione sui conti pubblici italiani chiusa in una cartellina celeste che tiene sulle ginocchia. E la sua preoccupazione maggiore, adesso, è quella di allontanare il sospetto che ci sia una specie di congiura contro il governo di Roma. Una «persecuzione», appunto. L’onda lunga della sfiducia uscita dalle urne dei referendum di Francia e Olanda è arrivata, forte, fino qui. Ma il commissario agli Affari economici avverte che bisogna stare anche attenti a non cadere nella demagogia. Che proprio per recuperare la credibilità dell’Europa si devono rispettare le sue norme. In particolare quelle del Patto di stabilità che è stato appena riformato, «con il consenso di tutti», per rendere più efficiente e praticabile la ricerca dell’equilibrio dei bilanci pubblici che è indispensabile per la crescita.

              Ma è stata introdotta anche una dose di flessibilità. Un deficit al 3,2% è da considerare davvero eccessivo?

                «Quando abbiamo discusso la riforma del Patto abbiamo ripetuto, solennemente anche, che i valori di riferimento sono là per essere rispettati. E i valori di riferimento non sono stati cambiati: il tetto del deficit è al 3% e quello del debito al 60% del Pil. Quello che ho fatto e che la Commissione ha approvato è un rapporto oggettivo della situazione dei conti pubblici italiani. E’ una fotografia realizzata, tra l’altro, sui dati forniti dall’Italia e aggiornati dall’Istat. Ma non facciamo confusioni: per ora abbiamo esaminato la situazione; per trovare le soluzioni si dovrà seguire un iter preciso. Il mio rapporto passerà all’esame del Comitato economico e finanziario in cui sono rappresentati tutti i Venticinque, poi tornerà alla Commissione, poi all’Ecofin».

                Nel rapporto ci sono richieste di provvedimenti: in altre parole, una manovra aggiuntiva?

                  «Non siamo a quel punto. Come fare per recuperare finanze pubbliche sostenibili deve essere ancora discusso e, se il risultato della discussione richiederà il passo successivo da parte nostra, ci sarà una raccomandazione che la Commissione porterà sul tavolo dei ministri delle Finanze dell’Unione nel prossimo vertice Ecofin del 12 luglio».

                  Ma da quel momento il governo italiano avrebbe soltanto pochi mesi per adeguarsi alle indicazioni, quindi…

                    «Se l’Ecofin dovesse approvare le raccomandazioni, secondo le regole del vecchio Patto di stabilità – che sono per adesso ancora in vigore – l’Italia avrebbe quattro mesi. Ma se, come credo, entro il 12 luglio, sarà stato già approvato il regolamento del nuovo Patto, i mesi saranno sei. Quindi giusto entro fine anno».

                    Con la Finanziaria per il 2006?

                      «Sì. Ma ripeto: non siamo a questo punto. E il ministro Siniscalco mi ha anticipato che entro la fine di giugno il governo approverà il Dpef nel quale sarà tracciata la strada, peraltro già intrapresa dall’Italia dal 2004, per rendere sostenibili le finanze pubbliche. Il problema, in fondo, è sempre lo stesso: una buona gestione dei conti è conveniente per tutti. Se ci guardiamo intorno vediamo che nell’Unione i Paesi che riescono ad avere maggiore crescita e meno disoccupazione sono quelli che hanno i bilanci in equilibrio. E’ una corretta politica finanziaria che consente la crescita, non il contrario. Anzi, anche nel nuovo Patto abbiamo tutti insieme affermato che nei periodi di buona crescita si devono consolidare i bilanci».

                      Ma nel caso del deficit dell’Italia non scattano i «fattori rilevanti» previsti nel nuovo Patto?

                        «I fattori rilevanti sono molti e nel definire le nuove regole di applicazione del Patto li abbiamo presi in considerazione in una lista indicativa che è stata a lungo discussa. Nel rapporto sui conti pubblici italiani che abbiamo preparato ne abbiamo esaminati molti. Siniscalco mi ha consegnato una lettera, lunedì in Lussemburgo, che ne elenca altri quattro: la bassa crescita, le revisioni statistiche, la contribuzione netta al bilancio della Ue e le spese per le operazioni di pace all’estero. Non potevamo inserirle nella relazione. Siamo pronti ad esaminarle nelle prossime fasi della discussione. Ma dal primo esame che ne ho potuto fare, non mi sembra che possano cambiare la nostra valutazione».
                        Ma potrebbero essere prese in considerazione dall’Ecofin. Crede che il verdetto finale dei ministri dei Venticinque le darà ragione?
                        «Non lo so. Non posso anticipare i risultati di una discussione che non è nemmeno cominciata. Io cercherò di presentare a nome della Commissione degli argomenti validi. Di una cosa sono convinto: i ministri delle Finanze e i capi di governo, quando hanno approvato la riforma del Patto, lo hanno fatto con l’obiettivo di dargli forza e concretezza. In molti hanno espresso la preoccupazione di applicare in modo rigoroso le nuove norme e credo che questo sarà l’atteggiamento che i ministri avranno anche in sede Ecofin. Siamo tutti preoccupati per le incertezze che attraversano l’Unione in questi giorni sul piano economico e politico. Anche i mercati danno segni di nervosismo e in una situazione simile c’è bisogno di credibilità».

                        In Italia la Lega ha aperto un fronte anche sull’euro…

                          «I politici dovrebbero porsi le domande che hanno ancora bisogno di risposte. Nel caso dell’euro, la risposta è già data: è la nostra moneta. Il problema è comprenderne i vantaggi. Quelli dell’Italia sono evidenti: con un livello di debito pubblico così alto, la riduzione dei tassi d’interesse che l’euro ha indotto rappresenta un vantaggio enorme. La verità è che ci sono Paesi come gli Stati Uniti o la Cina che sono capaci di trarre il massimo vantaggio dalle loro dimensioni. L’Europa dell’euro deve ancora riuscirci. Ma non con delle fughe verso il passato».

                          C’è un’altra polemica che divide oggi l’Unione: quella sul nuovo bilancio. Si riuscirà ad approvarlo nel prossimo vertice del 16 e 17 giugno?

                            «Ho fiducia nel senso di responsabilità dei leader dei Venticinque. Per reagire alla bassa crescita e alla crisi di credibilità è necessaria un’intesa».

                            Ma l’Italia rischia di perdere milioni di euro di fondi strutturali, in una situazione economica già difficile, e non è d’accordo con la proposta Juncker…

                              «Non conosco un solo Paese che sia soddisfatto della proposta di mediazione. Ma è un buon segno: se ci fossero dieci Paesi che si sentono favoriti, vorrebbe dire che ce ne sarebbero quindici che si considerano perdenti. Per un buon compromesso bisogna che ognuno sia insoddisfatto di qualche cosa».