“StatoLiquido” Addio al Romano di lotta, torna il Prodi di governo

22/06/2005
    mercoledì 22 giugno 2005

      DOPO LA RINUNCIA ALL’ULIVO I BIG DELL’ECONOMIA IN FILA PER SALUTARE IL LEADER DELL’UNIONE

        Addio al Romano di lotta,
        torna il Prodi di governo

          di Fabio Martini

            ROMA
            ORA che la cerimonia in onore di Beniamino Andreatta è finita, nella sala della Lupa di Montecitorio sono tutti in piedi: alcuni si trattengono vicino agli arazzi fiamminghi, la maggior parte si mette in fila per salutare Romano Prodi. Il presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli, tessitore della svolta che ha portato all’accantonamento dell’Ulivo, abbraccia il Professore senza tanti preamboli. Il presidente dell’Enel Piero Gnudi si avvicina e gratifica Prodi con una vigorosa stretta di mano, mentre Fabiano Fabiani, un tempo supermanager nel sistema di potere democristiano e oggi presidente della romana Acea è affettuosissimo col vecchio amico Romano. In un angolo, in piedi e appartato, un solitario Arturo Parisi, chiacchiera con un amico del “Mulino”. E in questo “piano sequenza” si riassume il senso di un cambio di stagione, quel passaggio dal “Prodi di lotta” al “Prodi di governo” che si è consumato nella rinuncia al progetto dell’Ulivo.

              Ancora pochi giorni fa attorno al Professore si addensava un’alea di incertezza circa la sua tenuta, ma ora nella sala della Lupa – con quella fila di personalità in attesa di rendere un breve omaggio – si respira quella che lo stesso Prodi definisce «una nuova atmosfera»: è come se si fosse diffusa la sensazione che il Professore sia di nuovo il premier in pectore. In sala c’è persino il generale Luigi Caligaris, uno dei fondatori di Forza Italia, che certo è venuto per la stima che ha per Andreatta («il miglior ministro della Difesa del dopoguerra dopo Pacciardi»), ma qua e là ci sono diversi militari di alto grado. In qualche modo devoti o legati ad un personaggio, Beniamino Andreatta, che ha incarnato la cultura di governo e decisionista del mondo cattolico-democratico vicino a Prodi. Alla presentazione del libro “La riforma dell’Onu” – una raccolta di scritti di Andreatta degli anni Novanta – hanno partecipato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e oltre a Romano Prodi e a Gianfranco Fini è intervenuto anche Enrico Letta, di nuovo ridanciano e brillante, quasi fosse rinato a nuova vita. Un rapporto di lunga data con Prodi, ma anche l’ambizione di essere dirigente della Margherita; autodefinitosi “prodiano e rutelliano”, ma astenutosi sui referendum per la procreazione, da qualche settimana Letta era quasi ammutolito davanti all’ipotesi di una scissione e dunque davanti all’obbligo di una scelta tra Prodi e Rutelli. Ma ora che la Margherita è destinata a restare unita, Letta torna ad essere punto di riferimento “prodiano” per tutto un mondo imprenditoriale e finanziario.

                E mentre torna il Prodi di governo, l’anima battagliera del mondo prodiano resta incarnata da Arturo Parisi. Dopo il convegno alla Sala della Lupa e dopo un incontro a quattr’occhi con Francesco Rutelli, colui che resta l’alter ego di Prodi fatica a deporre le armi della lotta dialettica e rivendica l’immagine dell’ultimo dei mohicani: «Qualcuno vuole il mio scalpo…». Ma ora che la sua creatura, l’Ulivo, ha subito un rapidissimo appassimento, Parisi si dice certo di aver capito quando le radici hanno iniziato a seccarsi: «Era il 1999, eravamo a Parma, al congresso della Margherita e io avevo accettato di chiudere con l’esperienza dei Democratici, avevo deposto le armi. Poi, in una delle prime riunioni fu detto: Dario Franceschini deve diventare coordinatore in rappresentanza dei Popolari. Rutelli sostenne quella richiesta e in quel preciso momento compresi che probabilmente non ci sarebbe stato più nulla da fare, la Margherita come autentico incrocio di culture diverse difficilmente sarebbe nata».