“StatoLiquido (3)” «Vado avanti lo stesso anche se non ci stanno» (A.Minzolini)

21/05/2005
    sabato 21 maggio 2005
    pagina 5

    IL CAVALIERE SODDISFATTO DEL PRIMO CONFRONTO PUBBLICO SULLA SUA PROPOSTA, NON HA INCASSATO NESSUN «NO»
    «Vado avanti lo stesso anche se non ci stanno»
    Il premier ai suoi: «Comunque potrei fare il padre nobile di questo
    nuovo soggetto politico, che farà la differenza per vincere nel 2006»

      retroscena
      Augusto Minzolini

        ROMA
        ALLA fine, alla sua prima uscita ufficiale, la proposta del partito unico non è stata bloccata dagli alleati del Cavaliere. Anzi, a modo loro, sia Gianfranco Fini sia Pier Ferdinando Casini hanno dato il «via libera» a un approfondimento. Certo, il primo ha avanzato una serie di dubbi legittimi sulla fattibilità e sui tempi del progetto ma, specie dopo il siluro lanciato da Francesco Rutelli contro la Fed, il vicepremier è convinto più che mai che il bipolarismo italiano vada salvaguardato e lo strumento potrebbe essere anche quello del partito unico o, per usare un’accezione che preferisce, di un rassemblement del centrodestra: ovviamente, l’operazione che a Fini potrebbe costare la nascita di un nuovo partito alla sua destra deve essere «seria». Se, infatti, Berlusconi ha settant’anni, soldi e un impero finanziario, il vicepremier ha solo An. E l’ultima assicurazione che Fini ha chiesto a Berlusconi al convegno di Liberal, forse è la più sincera: «Caro Silvio, se si parte devi essere sicuro, non possiamo tornare indietro. Altrimenti i danni potrebbero rivelarsi irreparabili». Pier Ferdinando Casini, invece, ha usato l’uscita di Rutelli per porre il problema dell’appeal elettorale del nuovo soggetto politico: nei suoi ragionamenti privati il presidente della Camera fa presente che per contendere l’elettorato moderato ad una Margherita sempre più lontana dai Ds, anche il partito unico del centrodestra deve avere una marcata immagine moderata. Nel nuovo soggetto politico deve essere valorizzato l’ingrediente ex democristiano, il che vuol dire un rapporto stretto con il Ppe e una leadership complessiva in cui lo stesso Casini non può non avere un ruolo.

          Insomma, non sono dei «no», al massimo sono dei «ni» o dei «sì» con riserva. E in fondo il premier da questo primo confronto non poteva pretendere di più. Tant’è che ieri chi ha parlato con il capo del governo lo ha trovato soddisfatto. E disponibile. I suoi discorsi sulla «leadership» tengono conto e si coniugano sempre più con le esigenze dei suoi interlocutori. «Un partito che punta a raccogliere più del 40% dei consensi – ha spiegato ieri il Cavaliere – deve avere una leadership complessa e rappresentativa. C’è la presidenza del partito, la segreteria politica, la candidatura a presidente del Consiglio, c’è, vincendo, la carica di Presidente della Repubblica. Insomma, nel nuovo partito potrebbe esserci gloria e onore per tutti. Io non mi sono mai posto l’ambizione di andare in questo o quell’altro posto. Potrei anche essere, scusate se lo dico di me, il padre nobile della nuova formazione».

            Appunto, il padre nobile, cioè l’immagine più adatta per aspirare al Quirinale. E’ la conferma che lo schema prediletto dal Cavaliere è quello che lo vede guidare lo schieramento del centro-destra alle elezioni come candidato alla premiership, in caso di vittoria, puntare alla Presidenza della Repubblica, per lasciare Palazzo Chigi a Casini. Mentre Fini come leader del nuovo soggetto politico del centro-destra, dovrebbe consolidarlo e diventare il guardiano del bipolarismo italiano.

              Ma a parte i ruoli futuri dei diversi protagonisti, uno schema del genere dimostra che Berlusconi vuole coinvolgere e assicurarsi il concorso di tutti nella costruzione del nuovo soggetto politico. Vuole mettere in campo tutte le risorse del centrodestra, nessuna esclusa. Ecco perché i «boatos» su possibili leadership di Gianni Letta, di Barilla o di Tronchetti Provera, non hanno senso: il Cavaliere è troppo realista per non capire che non può chiedere a Casini e a Fini di sciogliere i loro partiti e di entrare nel nuovo soggetto politico senza assicurare loro un ruolo nella leadership complessiva dello schieramento. Le altre ipotesi, specie le più suggestive, potrebbero avere un senso solo se il premier sarà costretto a lanciarsi in quest’avventura da solo. «Perché una cosa è certa – è tornato a dire ieri ai suoi – io il 15 settembre comincerò a realizzare questo progetto in ogni caso, perché è quello che ci darà la spinta definitiva per vincere le prossime elezioni. Toccherà ai nostri alleati decidere se vorranno essere della partita, oppure no».

                Non è sicuro, ma è probabile che alla fine Casini e Fini, in un modo o nell’altro, accompagneranno il premier in questa avventura. Il punto interrogativo più grande riguarda invece il comportamento che assumerà l’area più ostile dell’Udc nei confronti del Cavaliere, cioè Marco Follini e i suoi fedelissimi. Il segretario degli ex dc del centrodestra, infatti, continua a marcare il suo disaccordo: non ha preso la parola al convegno sul partito unico; vuole tenere a tutti i costi il congresso del partito, anche se lo stesso Casini ha dei dubbi sull’opportunità di celebrarlo quando ancora non è chiaro se la prospettiva del partito unico decollerà o no. Ieri, poi, ha avuto parole di elogio per la mossa di Rutelli contro Prodi: «Preferisco il richiamo all’identità di Rutelli a quello alla disciplina di Prodi». Un’espressione dai riferimenti così precisi, che il segretario dell’Udc avrebbe potuto tranquillamente utilizzare nel centrodestra mettendosi nei panni di Rutelli e vestendo Berlusconi con quelli di Prodi.

                E’ difficile, però, che il segretario dell’Udc possa disertare il progetto del partito unico, se Fini e Casini lo asseconderanno. Starne fuori richiederebbe automaticamente – sempre che Follini voglia avere un futuro politico – passare armi e bagagli nella Margherita. E Marco Follini – gli va riconosciuto – non è tipo da scegliersi un epilogo del genere.