“StatoLiquido (2)” Nel toto-leader spunta Veltroni

27/05/2005
    venerdì 27 maggio 2005

    Pagina 6

    L’ULIVO TUTTO PRESO DALLA POLITICA IPOTETICA DEL «SE»
    Nel toto-leader spunta Veltroni
    Un pensiero trasversale che parte dalla Margherita e arriva fino a Bertinotti, passando per i Ds

      di Riccardo Barenghi

        ROMA
        SE accadesse che… se lui dicesse qualcosa, se l’altro facesse così, se quello rispondesse picche, se lui avanzasse una proposta nuova, se loro riflettessero un momento, se noi facessimo una mossa. E’ il se, il condizionale, l’ipotesi, la subordinata che governano (si fa per dire) il momentaccio che sta passando l’ex Ulivo. Se Rutelli ci ripensa, se Prodi fa la la sua lista, se non la fa, se i Ds ci stanno o no, se la Margherita si scinde, se magari si scindono pure i Ds, se Boselli, se i repubblicani, se Di Pietro. Se, se e ancora se. Ma il se più grosso, quello che se diventa un sì cambia tutto, l’ha detto lo stesso Prodi parlando del suo ruolo da leader: «Un impegno che non potrebbe esserci se venisse a mancare la lista dell’Ulivo». Quel se significa che Prodi potrebbe anche mollare, essere costretto a mollare, oppure mollare per rabbia, o magari far finta di lasciarsi convincere che è meglio così. E allora: se Prodi lasciasse che succederebbe? Succederebbe Veltroni.

        Non lo dice nessuno ma lo dicono tutti, da mesi ormai. Il sindaco di Roma, un fiume carsico che compare e scompare, ovviamente tace, fedele nei secoli al suo leader. Non si è mai sognato di dire neanche una parola su se stesso come eventuale candidato premier – Prodi, Prodi e ancora Prodi. Certo, legge i giornali, incontra gente, è informato, sa che il suo nome circola con insistenza e tanto più si tira indietro. E’ ancora convinto che il leader dell’Unione debba essere Prodi, le interviste, le dichiarazioni, gli interventi di questi ultimi mesi lo hanno sempre sottolineato. Così come, anche durante le varie crisi che si sono alternate nel mondo dell’Ulivo, ha sempre tentato di allontanare il momento dello scontro, in altre parole di salvare il salvabile. Senza mai forzare, anzi invitando a smussare, a spostare il piano dal conflitto al discorso. Amareggiato se un giornale romano (Il Tempo di ieri) lo raffigura felice che brinda insieme a Rutelli e a Marini alle spalle di Prodi. Preoccupato dalla rottura di Rutelli e ancor di più dallo strappo di Prodi.

          Ma mentre Veltroni si tiene in terza fila, c’è chi pensa intensamente a lui. Un pensiero trasversale che parte dalla Margherita e arriva fino a Bertinotti, passando ovviamente per i Ds. Per qualcuno è una buona idea, per altri un sogno, per altri ancora forse un incubo. Comunque è un’ipotesi, magari non realistica oggi o domani ma dopodomani chissà.

          Solo che prima di arrivare a Veltroni, troppi condizionali devono trasformarsi in indicativi. Per esempio quelli che riguardano i Ds, il partito messo più in crisi dalle decisioni di Rutelli prima e di Prodi poi. Se già l’idea del Listone unitario e del Partito riformista era stata digerita a fatica nel corpo della Quercia, figuriamoci l’ipotesi di sciogliersi in un partito prodiano di cui loro sarebbero solo gli anonimi portatori d’acqua. Una cosa è scommettere su un progetto che unisca le due grandi culture politiche del Novecento (socialista e cattolica democratica), anche a costo di perdere qualcosa in voti, identità, soggettività. Tutt’altra è sacrificarsi per una sua caricatura. Ma è difficile per Fassino e D’Alema dire di no al leader dell’Unione, anche al prezzo di dover affrontare un congresso straordinario (che la minoranza è già pronta a chiedere) e magari una scissione (che la minoranza non esclude).

          Se però i Ds dovessero dire di no a Prodi, Prodi potrebbe a quel punto anche essere tentato di mollare (una lista da solo è poco probabile e una sua marcia indietro pure: l’uomo è coriaceo). Ma anche in questo caso Veltroni non avrebbe ancora la strada spianata. Certo, nell’opinione pubblica il suo nome è popolare e anche nel partito c’è una diffusa convinzione che potrebbe essere l’uomo giusto per battere Berlusconi (o Casini). A una condizione: che sia il candidato di tutto il partito. Se invece Fassino non fosse d’accordo, se volesse puntare su se stesso per la leadership dell’Unione, i Ds entrerebbero in crisi: chi fare?

            Ma se (ancora se) invece Veltroni riuscisse ad arrivare al nastro di partenza, magari perché addirittura investito dallo stesso Prodi, sostenuto dalla Margherita, dal suo partito, da D’Alema e da Fassino, troverebbe sostegni anche alla sua sinistra. Bertinotti non ha mai fatto questioni di nomi, Prodi andava e va benissimo, il problema è «il programma, il programma, il programma». Ma se non ce la facesse, anche Veltroni gli andrebbe bene, anzi benissimo. Per capirlo basta leggere in questa chiave la durissima polemica che lo contrappone a Cofferati (altro eventuale cavallo di riserva) e sfogliare il giornale del partito. Il titolo di apertura di Liberazione dell’altro ieri diceva così: «Veltroni dà le case agli sfrattati, ai poveri e a chi le occupa».