“StatoLiquido (2)” «Dopo lo strappo Romano è più debole che nel 1996» (F.Martini)

21/05/2005
    sabato 21 maggio 2005
    pagina 3

    LETTA USA L’ESPRESSIONE «BLITZKRIEG», GUERRA-LAMPO. PAPINI: «PRIMA CHE INIZIASSE L’ASSEMBLEA FEDERALE RITENEVAMO CHE CI FOSSE PIÙ DISPONIBILITÀ A DISCUTERE»
    «Dopo lo strappo Romano
    è più debole che nel 1996»
    Il sospetto dei prodiani è che si voglia un ritorno alla partitocrazia
    Ma c’è chi ipotizza: vogliono farlo fuori anche come capo

      retroscena
      Fabio Martini

        ROMA
        MI sentite?». Nella stanza d’albergo dove si sono riuniti i suoi seguaci, Romano Prodi si materializza in viva voce alle 8 del mattino. Telefona da Pechino il Professore e dice la sua sulla battaglia che di lì a qualche ora, in un salone dell’Hotel Crowne Palace, culminerà in una votazione dagli effetti tellurici. Ai suoi che gli raccontano le ultime, Prodi si limita a consigliare di «andare al voto senza timori» e non sembra choccato da quel che sta per accadere, tanto è vero che non appena gli dicono che nella stanza c’è anche una new entry come Enrico Gasbarra, presidente della Provincia di Roma, il Professore ci scherza su: «Ah, il Prodi romano!». Per i prodiani in stanza è l’unico sorriso di una giornata per altri versi indimenticabile e culminata in una sconfitta politica senza precedenti. Nessuno di loro, tre giorni fa, si aspettava quello che Enrico Letta scherzosamente chiama «il blitzkrieg», la guerra lampo organizzata dal trio Rutelli-Marini-Franceschini. «Sinceramente – riconosce un prodiano doc come Andrea Papini – prima che iniziasse l’Assemblea federale ritenevamo che ci fosse maggiore disponibilità a discutere». Tutti, da Prodi a Parisi, pensavano o speravano la stessa cosa. E invece Rutelli è andato dritto e a quel punto i prodiani «si sono anche lasciati contare – osserva il rutelliano Rino Piscitello – una mossa che certo non rafforza Prodi…».

          Lui, il Professore per ora si è prodotto in un giudizio («Suicidio!») tranciante ma sommario. In queste ore Prodi si sta trasferendo da Pechino a Mosca e solamente mercoledì 25 tornerà in Italia dove lo attende un vertice della Federazione dell’Ulivo, che lui stesso ha convocato. Ma lo attende una novità: ora è un capo senza casa. Dopo lo strappo della Margherita, Prodi torna in Italia ancora da leader ma senza Ulivo, dunque senza l’unico tetto faticosamente edificato in questi anni. Certo, leader senza partito il Professore lo è sempre stato e quell’ handicap lo ha pagato caro nella caduta del 1998. Ma per qualche verso il maggio del 2005 si presenta persino peggiore del maggio 1998.

            Dice Antonio La Forgia, già presidente della Regione Emilia Romagna, una delle teste pensanti del mondo prodiano: «Quando Prodi era al governo poteva contare sull’appoggio di due partiti, Pds e Ppi, che lo consideravano un presidente “amico” come facevano i democristiani. Oggi c’è un partito, la Margherita, che appare ostile e un altro, i Ds, che tengono Prodi ben marcato. Peggio oggi di allora». Per dirla con la frase più soave e più dura pronunciata da Arturo Parisi nel suo intervento: «Il vostro sogno è il ritorno alla “normalità”», cioè alla partitocrazia. Ma c’è un altro motivo per il quale in dieci anni il quadro è persino peggiorato. Nel 1996, oltreché nel collegio 12 di Bologna, il Professore si presentò come capolista nelle liste proporzionali dei “Popolari per Prodi”. Ma senza Listone dell’Ulivo – o altri improbabili marchingegni – al Professore non resterebbe che correre soltanto all’uninominale, una diminutio per un leader di schieramento.

              Come reagirà Prodi? Insisterà sulla tesi suicidio e sulla minaccia di gettare la spugna? Chi immagina che i prodiani abbiano già pronta una exit strategy, con tanto di scissioni e Liste Prodi, ignora che gli amici del Professore per la prima volta stanno veramente navigando a vista. E lo stesso Prodi ieri sera, intervistato da “La 7”, ammetteva: «Non lo so dove si va a finire». Per ora si contano i fax e le e-mail anti-Rutelli, «una valanga», raccontano allo staff del Professore. Ma intanto si cercano di capire le vere cause del blitzkrieg. Come sostiene Dario Franceschini era diventata molto alta l’insofferenza verso la politica prodiana del fatto compiuto, «quel mettere con le spalle al muro i propri compagni di strada», quella difficoltà a «dire cose diverse dal navigatore», quella tendenza a considerare i dissenzienti come «traditori». Ma il sospetto che agita i prodiani è un altro e lo esplicita a metà Andrea Papini: «Si vuole una leadership di Prodi molto circoscritta e priva di una base politica che consenta di guidare il Paese». Che poi è lo schema del 1996: Prodi a palazzo Chigi ma con il cordone dei partiti. Anche se il sospetto vero è un altro: che si voglia far fuori, una volta per tutte, Romano Prodi.
              Attraverso un progetto che Francesco Rutelli ha esplicitato in una recente intervista: un sistema fondato su tre poli. Come in Inghilterra. Nelle prossime ore Prodi dovrà capire come si vogliono muovere i Ds. Ieri Piero Fassino si è mosso con molta prudenza ma un “libero pensatore” del Botteghino come Peppino Caldarola dice: «I prossimi giorni sono decisivi, se prevarrà il nervosismo rischia di sfasciarsi tutto, mettendo in crisi la leadership di Prodi che ora nessuno discute. Ma in quel caso in diversi potrebbero legittimamente proporsi». Certo, Walter Veltroni. Ma anche Piero Fassino.