“StatoLiquido (1)” È il Professore l’unico sconfitto da quel «no» (F.Rondolino)

21/05/2005
    sabato 21 maggio 2005
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    LA SCELTA DELLA MARGHERITA DA’ VOCE ALLE INSOFFERENZE VERSO LA SUA LEADERSHIP, ANALOGA A QUELLA VERSO BERLUSCONI NELLA CDL
    E’ il Professore l’unico sconfitto da quel «no»

    Fabrizio Rondolino

      L’ASSEMBLEA federale della Margherita ha approvato ieri a stragrande maggioranza la mozione che seppellisce la lista unitaria della Fed. Lapidario il commento di Prodi, da Pechino: «E’ un suicidio». Molto più caute, invece, e si direbbe scolastiche, le prime reazioni della Quercia: «Restiamo convinti che la via maestra per vincere le prossime elezioni sia quella del progetto unitario dell’Ulivo…». La partita, naturalmente, non è ancora chiusa, e c’è da giurare che da oggi scatteranno al lavoro i «pontieri», nel tentativo di ricucire qualcosa. Ma la sostanza è chiara, evidente, e persino scontata: chi si illudeva sulla rapida nascita in Italia di un «partito riformista» (o «democratico», come lo chiama invece la Margherita: a segnalare la non appartenenza della futura formazione all’Internazionale socialista), deve ora fare i conti con la realtà.

        E la realtà del centrosinistra è quella di due partiti relativamente solidi, governati da maggioranze molto ampie, che complessivamente godono di buona salute. L’80% raccolto ieri da Rutelli sulla sua linea «autonomistica» è più o meno quanto raccolto da Fassino all’ultimo congresso dei Ds sulla linea della Federazione dell’Ulivo. Ma sarebbe superficiale considerare questi due dati in contrapposizione: al contrario, testimoniano entrambi una forte identità di partito, politica e culturale, che si mette al servizio di un progetto più grande – la Federazione, appunto – senza per questo voler rinunciare alla propria autonomia. Anzi.

          L’intervista con cui Fassino, l’altro giorno, ha sostenuto che per la Fed può valere il modello europeo delle «due velocità», e che dunque si potrebbe procedere anche senza la Margherita, è stata interpretata come una pressione eccessiva, se non come un ricatto, e additata fra le ragioni del «no» alla lista unitaria. In realtà, Fassino per un verso ha detto un’ovvietà, per un altro ha però fatto capire – e questo è il punto politico essenziale – di non volersi stracciare le vesti se la lista non si farà. Per un curioso paradosso della politica, oggi l’unico vero sostenitore del «partito riformista» è Massimo D’Alema, un tempo assai freddo verso le suggestioni uliviste. Ma la posizione di D’Alema somiglia piuttosto all’auspicio di un padre nobile: quando invece si scende in sala macchine, l’impressione è che i Ds stiano bene come stanno.

            La scelta della Margherita suggerisce una riflessione ulteriore per due motivi: perché viene da una formazione politica che molti tuttora ritengono «artificiale», perché costruita in questi anni da Rutelli assemblando partiti, correnti e personalità fra loro disparate; e perché quest’assemblaggio avrebbe dovuto diventare, almeno nell’ispirazione originaria, il «partito di Prodi», e cioè quella robusta forza politica e parlamentare in grado di mettere il premier al riparo dai condizionamenti e dalle pressioni delle forze della coalizione, indicate come la causa strutturale della caduta del suo primo governo. E’ curioso che proprio Prodi sia invece il bersaglio principale della polemica, e che nel «suo» partito debba dividersi con Parisi l’esiguo spazio della minoranza. E’ curioso, ma non deve sorprendere: se di un errore di Prodi si può parlare, questo sta nel disinteresse – vagamente berlusconiano, verrebbe da dire – per i riti quotidiani della politica, per la vita d’apparato, per il difficile esercizio della conquista e della gestione del consenso. Prodi, come Berlusconi, tende a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a fidarsi soltanto di un ristretto gruppo di consiglieri e amici: i partiti, però, funzionano in un altro modo.

              Sarebbe azzardato ipotizzare un gioco di sponda tra Rutelli e Fassino per far fallire la lista unitaria; ma difficilmente si sbaglia se si conclude che l’unico vero sconfitto oggi è Prodi. C’è un’ombra di fastidio nelle frasi con cui Rutelli ieri ha difeso la propria fede ulivista: «Ho tirato la carretta, ho mangiato pane e cicoria per costruire il centrosinistra e consegnarlo a Prodi…»: altro che «bello guaglione». Non è tuttavia nei rapporti (pessimi) tra i due che va individuata la causa del dissidio: che è invece squisitamente politica. Esiste un riformismo laico, cattolico, liberale, acomunista e spesso anticomunista: a quest’area dà voce la Margherita, che di fondersi con gli eredi del Pci non ha né voglia e neppure motivo.

                Ciò che accade nella Margherita appartiene a quei movimenti tellurici che ancora attraversano il sistema politico, a destra come a sinistra, e che hanno come epicentro non solo e non tanto la ridefinizione del bipolarismo (nessuno pensa seriamente ad un Rutelli nel centrodestra o ad un Casini nel centrosinistra), quanto soprattutto una questione generazionale ormai impellente.

                  Qualche mese fa Franceschini, probabilmente il più lucido e preparato fra i giovani dirigenti della Margherita, aveva osservato con amarezza che, all’appuntamento del 2006, si presenteranno gli stessi contendenti di dieci anni prima: come se il tempo non riuscisse a passare, e anzi impigliasse nelle sue incrostazioni e nelle sue reticenze tutto il nuovo che preme per nascere. Nell’indisponibilità della Margherita al «partito riformista» non è difficile cogliere l’eco di un’insofferenza sempre più esplicita per Prodi, speculare alle grandi e piccole manovre che nel Polo mirano a pensionare Berlusconi. Il quale ha annunciato ieri il «partito unico entro l’estate» per riceverne in cambio una gelida replica di Fini: «Mi sembra difficile….».

                    Il «partito unico» sembra diventato nei fatti, e forse anche nelle intenzioni, la gabbia che gli anziani leader vogliono costruire per non esser sbalzati di sella dai più giovani e per eternare, come in una parodia dei «Duellanti», l’antico contrasto – più vecchi, però, e carichi di sospetto, e pronti all’ira. Non per caso ieri Follini ha osservato, parlando a nuora perché suocera intenda, che «fra il richiamo all’identità di Rutelli e quello alla disciplina di Prodi trovo più apprezzabile il primo…».