“StatoLiquido (1)” E Francesco decise per lo strappo (F.Geremicca)

20/05/2005
    venerdì 20 maggio 2005

    Pagina 6 – Politica

    analisi
    DURO ATTACCO AL PROFESSORE: «SPARGE RETORICA ULIVISTA E PRATICA INVECE PARALISI ULIVISTA»
    E Francesco decise per lo strappo
    Il leader «affossa» la lista unitaria e si sposta al centro

    Federico Geremicca

      ROMA
      CHI lo conosce sul serio – e qui intendiamo i compagni di viaggio della prima ora, quelli che erano con lui sin dai tempi del Campidoglio o nei giorni dell’avventura dei Democratici prima, e della Margherita poi – chi lo conosce sul serio, dicevamo, confessa di esser perfino sorpreso dal fatto che non lo avesse fatto prima. Che Francesco Rutelli, cioè, non avesse già forzato, scardinato e fatto saltare da tempo, una situazione nella quale si sente – a torto o a ragione – oltremodo stretto. «Ha sempre fatto così – spiegava dunque ieri uno dei suoi consiglieri – essendo, Francesco, più che un costruttore, un grande destrutturatore di patti, accordi e partiti». E figurarsi, allora, con che soddisfazione, alle quattro del pomeriggio, lo hanno osservato salire alla tribunetta dell’Assemblea federale e, in un’oretta scarsa, piazzare per benino tutte le cariche di esplosivo preparate per tempo con amorevole cura. La prima – e più scontata – è finita sotto i tralicci della cosiddetta lista unitaria: la Margherita non ci sta, e senza la Margherita la lista Uniti nell’Ulivo resta in magazzino (a parte i problemi politici, Rutelli ne vieterebbe l’uso agli altri tre contraenti il patto, cioè Ds, Sdi e Repubblicani). L’esplosione ha fatto un gran rumore, è vero: ma i danni prodotti si potranno eventualmente contare solo più in là, mentre assai più ravvicinato – invece – potrebbe essere l’effetto delle altre cariche, che hanno sfregiato e lesionato due leader di peso (Romano Prodi e Piero Fassino) ed un progetto politico (quello della Federazione) ora assai traballante.

      In due parole. Ai Ds di Fassino, Rutelli ha fatto sapere di non gradire la loro supposta ricerca di egemonia, l’idea di voler trasformare la Federazione in un partito cosiddetto riformista e anche certe pretese che, numeri elettorali alla mano, la Margherita non è più disposta ad accettare. A Romano Prodi, al contrario, ha confermato – ma con toni inusitatamente forti, considerato che i due sarebbero pur sempre “amici di partito” – quel che il Professore sapeva già: la Margherita non vuole la lista unitaria alle elezioni del 2006, non ne può più del rapporto privilegiato Prodi-ds e ora punta addirittura l’indice contro chi «sparge retorica ulivista e pratica, invece, paralisi ulivista» (Prodi stesso, cioè).
      Quanto alla Federazione – o a quel che ne resta, considerate queste premesse – se comincia a funzionare, bene: altrimenti si può tranquillamente far finta che esista tirando però dritto ognuno per la sua strada.

      E qui, come in casa ds è stato subito chiaro, si arriva al punto. E il punto è: quale è la strada di Francesco Rutelli? O meglio ancora: dove porta la strada imboccata da Francesco Rutelli? E’ presumibile che lo stesso presidente della Margherita abbia chiara, per ora, solo la prima tappa: porta un po’ più lontano dai prodismi, dagli ulvismi, dai partiti unici e dalla soffocante vicinanza dei ds. Porta – e presumibilmente porterà con sé anche l’Udeur di Mastella – il più vicino possibile a quella linea di confine che separa il centrosinistra dal centrodestra, laddove sarebbe più facile intercettare i voti in libera uscita dal partitone in disfacimento di Forza Italia. E non è solo questo quel che si può fare stando lì, al confine. Si può anche dialogare più fittamente con i “cugini separati” che stanno dall’altra parte – intendiamo Follini, Casini e gli eserciti di ex dc ancora accampati con Berlusconi – e se prima o dopo le elezioni dall’altra parte succedesse il finimondo…

      In tutta evidenza, dunque, a preoccupare Fassino e Prodi non è solo il “no” alla lista unitaria, ma quello che viene prima: anzi, quello che è alla radice di tale scelta. Una scelta, per di più, che il tandem Rutelli-Marini (ma ai due andrebbe aggiunto anche il sempreverde De Mita) intende portare a compimento a ogni costo, e avendo messo nel conto qualunque conseguenza. Perfino una mossa a sensazione, una sorta di Gran Rifiuto, da parte di Romano Prodi. Spiegava ieri De Mita durante l’assemblea della Margherita: «I leader dirigono, non fanno colpi di testa. Prodi diriga, indichi una rotta, piuttosto che provare a comandare comprimendo i partiti in un’unica lista e, magari, in un unico partito… E lo faccia cominciando a convincere noi, che non siamo convinti. Aldo Moro inziava sempre col tentare di persuadere chi non era convinto del suo disegno…». Ma è davvero ipotizzabile che Romano Prodi rovesci il tavolo e dica “allora fate senza di me”? Difficile dire. Per ora è stata solo fatta filtrare una velenosissima indiscrezione: e cioè che il professore abbia sentito mercoledì Fassino per dirgli che concorda del tutto con l’intervista del leader ds che tanto ha fatto infuriare la Margherita.

        Quel che sarà, insomma, lo si capirà meglio al ritorno del Professore dal suo lungo viaggio in Cina. Le difese più o meno d’ufficio svolte ieri all’assemblea della Margherita (dai prodiani, ovviamente, ma anche da figure di prestigio del calibro di Letta e Bindi) sembrano lasciare il tempo che trovano. Il partito di Rutelli, infatti, è a larga maggioranza con Rutelli. Sono con lui i quaranta-cinquantenni che scalpitano per un posto al sole (e meglio ancora al governo). E sono con lui anche i Grandi Vecchi ex dc che, nonostante tutto, non hanno dimenticato che loro e i comunisti – anche diventati post comunisti – per quarant’anni sono stati gli uni di qua e gli altri di là. Ora, si può anche stare dalla stessa parte della barricata: ma Tangentopoli è passata, la bufera si è placata, la vittoria sembra vicina e non è pensabile che a dettar legge debbano essere gli eredi del “partito nemico”, quelli orgogliosi di Gramsci-Togliatti-Longo e Berlinguer…