Statali flessibili e co.co.pro, migliaia i contratti a rischio

09/12/2010


ROMA È un esercito difficile da contare, ma che secondo le stime più recenti potrebbe arrivare a 130.000 persone. Sono i precari della pubblica amministrazione, uomini e donne che lavorano negli uffici pubblici, nelle questure, negli ospedali, negli enti locali. Tra un anno di questi tempi potrebbero essere molti di meno, forse addirittura la metà. Sta infatti iniziando a produrre i suoi effetti una delle norme sul pubblico impiego contenute nella manovra della scorsa estate: provvedimento che oltre a bloccare i rinnovi contrattuali, e a congelare per tre anni le retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici, richiede alle amministrazioni di dimezzare nel 2011 la spesa per tutte le forme di lavoro flessibile.
Si parla quindi di contratti a tempo determinato, collaborazioni coordinate e continuative, contratti di formazione, lavoro somministrato (cioè in affitto) o accessorio. I lavoratori flessibili del settore pubblico seguirebbero quindi la sorte dei loro colleghi privati che, privi di ammortizzatori e protezioni, sono stati i primi a cadere sotto i colpi della recessione del 2008-2009.
Il dimezzamento per legge è l’ultima svolta in una vicenda complessa, iniziata una decina di anni fa quando molte amministrazioni, per aggirare i blocchi delle assunzioni, hanno iniziato ad impiegare sempre più personale precario. Per gli anni 2007 e 2008 l’allora governo di centro-sinistra aveva previsto una serie di stabilizzazioni; mentre con la manovra estiva di due anni fa sono stati ristretti i criteri per le assunzioni flessibili. Dall’operazione di quest’anno il ministero dell’Economia conta di ricavare 200 milioni di euro. Una somma non gigantesca, specie se rapportata al numero di lavoratori potenzialmente coinvolti; ma in questa vicenda oltre all’aspetto quantitativo conta anche quello qualitativo, ossia le mansioni svolte dai precari.
Nelle questure e nelle prefetture delle grandi città ci sono ad esempio 650 lavoratori a tempo determinato impegnati negli sportelli unici per l’immigrazione. Il loro contratto scadrà il 31 dicembre e il ministero degli Interni sembra intenzionato a non rinnovarlo: è abbastanza facile prevedere che questa scelta avrà conseguenze negative sui tempi per la concessione dei permessi di soggiorno, già decisamente lunghi. Al massimo, per limitare i danni, potrebbe essere dirottato agli sportelli unici personale di polizia, sottratto ai compiti più specifici di sicurezza. Già a fine settembre era terminato il rapporto di lavoro altri 650 persone, provenienti da agenzie interinali, che si erano occupati della regolarizzazione di badanti e colf. Proprio a partire da questa vicenda è stato approvato alla Camera un ordine del giorno alla legge di stabilità, che chiede la proroga dei contratti: curiosamente ha avuto il parere favorevole del governo a Montecitorio ma non al Senato, dove è stato riproposto qualche giorno fa con gli stessi contenuti. Per lunedì 13 Cgil Cisl e Uil hanno indetto uno sciopero dei precari del ministero degli Interni, preceduto venerdì da una conferenza stampa.
Anche l’Inps impiega una folta schiera di lavoratori flessibili: in tutto sono 1.792 “somministrati” attraverso la società Tempor. Sono stati assunti per attività di acquisizione ed archiviazione, ma in molti casi si occupano delle pratiche di invalidità civile, degli assegni familiari o dell’erogazione di ammortizzatori sociali. Per 550 di loro il contratto scade il 31 dicembre, gli altri arrivano invece fino a marzo. Il posto lo rischiano tutti, perché molte amministrazioni interpretano la norma del 50 per cento nel senso di non rinnovare comunque i contratti in corso e procedere poi eventualmente a nuove chiamate di altri lavoratori. Intanto l’Inpdap ha già lasciato a casa da giugno 120 somministrati che si occupavano del patrimonio immobiliare.
Il grosso dei lavoratori flessibili, oltre i due terzi del totale (esclusi i precari della scuola che non sono toccati da questa manovra) lavora però per le Regioni e le altre amministrazioni locali, oppure per il Servizio sanitario nazionale. È un po’ più complicato sapere quale sarà la loro sorte: in questo caso la legge non è tassativa, ma rappresenta un “principio generale di coordinamento” per le amministrazioni interessate. Le Regioni quindi si muoveranno presumibilmente in ordine sparso: quelle con qualche disponibilità finanziaria propria riusciranno forse a prorogare i contratti, le altre dovranno trovare il modo di far quadrare i conti.
Il precariato tocca comunque momenti importanti nella vita dei cittadini: la Croce Rossa, che tramite convenzione fornisce a molte Regioni il servizio 118, conta oggi circa 1.800 lavoratori a tempo determinato, molti dei quali, di rinnovo in rinnovo, sono in servizio da molti anni. Anche per loro il futuro è incerto. Mentre in Campania ci sono circa 700 tra medici, infermieri e tecnici di laboratorio che avrebbero dovuto avere la regolarizzazione in base ad una delibera regionale e la cui assunzione è stata invece bloccata: con conseguenze non irrilevanti negli ospedali in cui prestavano servizio.