“Statali” Epifani e il pachiderma addormentato (P.Ichino)

09/01/2007

    martedì 9 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pag. 36) – Opinioni

    STATALI E MOBILITA’

      Epifani
      e il pachiderma
      addormentato

        di Pietro Ichino

          Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, impegnato con i suoi colleghi degli altri sindacati in una non facile trattativa con il governo sulle linee-guida per il rinnovo dei contratti collettivi dei dipendenti statali, ha dichiarato nei giorni scorsi due cose molto importanti: innanzitutto che la riforma dell’amministrazione pubblica è questione cruciale e prioritaria per il risanamento del sistema Italia.

          Poi, scendendo al concreto, Epifani ha aggiunto che per rendere più efficiente l’amministrazione è indispensabile una maggiore mobilità dei dipendenti pubblici. In altre parole: occorre, entro limiti ragionevoli, trasferire gli impiegati degli uffici più sovraffollati a quelli dove manca il personale.

          L’«apertura» del segretario della Cgil ha suscitato scalpore: si è detto che, ammettendo la trasferibilità dei dipendenti pubblici, egli avrebbe messo in discussione il principio-cardine del «posto fisso». In realtà, il «posto fisso», inteso come principio giuridico, è già stato abrogato dal 1993, con la legge cosiddetta della «privatizzazione» del pubblico impiego: da allora, il settore pubblico rientra nel campo di applicazione di quello stesso Statuto dei lavoratori, ivi compresa la norma sul trasferimento, che dal 1970 regola i rapporti nelle aziende private. Se si può dimostrare che c’è troppo personale in un ufficio o stabilimento, e che ne manca in un altro, l’amministrazione pubblica, come l’impresa privata, ha pacificamente il diritto di trasferire il lavoratore dal primo al secondo. E può farlo anche senza il suo consenso: se il lavoratore non accetta, l’alternativa è il licenziamento per soppressione del posto. La possibilità di trasferimento degli statali dovrebbe dunque essere da tempo pacifica.

          Se quello che ha detto Epifani appare sconvolgente, è perché quella norma non è mai stata applicata. Nella nostra amministrazione pubblica ci sono molti uffici sovraccarichi di personale e ce ne sono molti altri gravemente sotto-organico; ma nessun dirigente pubblico si prende la briga di disporre il trasferimento, come farebbe qualsiasi dirigente di azienda privata. Perché non lo fa? Perché farlo implica tensioni (con i sindacati, soprattutto) e grane a non finire, mentre non farlo non comporta per il dirigente alcun rischio, alcuna perdita. Se si vuole incominciare a far funzionare meglio l’amministrazione pubblica, attivando almeno in minima parte la mobilità necessaria al suo interno, occorre per prima cosa facilitare il compito al dirigente che vuole fare il suo dovere; ma occorre anche dargli un forte incentivo a farlo.

          Facilitare il suo compito significa dargli un sostegno adeguato nel momento in cui egli deve dimostrare (oggi ai suoi dipendenti e ai loro rappresentanti sindacali, domani eventualmente davanti a un giudice) che il trasferimento è effettivamente giustificato dall’eccedenza di organico. Per una dirigenza pubblica totalmente disabituata a questo compito, se e dove i meccanismi di mercato non possono essere introdotti, può essere di aiuto decisivo che le eccedenze di organico – pur in molti casi evidentissime – siano accertate e denunciate da organi indipendenti di valutazione, attivati in ciascun comparto. Anche l’attivazione di questi organi è già prevista, da una legge del 1999: incominciamo dunque a esigerne l’applicazione. E i sindacati, invece di fare il pesce in barile, rivendichino garanzie di reale indipendenza di questi organi. Servirà anche a loro.

          Poi occorre attivare gli incentivi giusti. Si può stabilire, innanzitutto, che una parte rilevante delle alte retribuzioni dei dirigenti sia condizionata per davvero all’eliminazione delle situazioni di sovradimensionamento degli organici, individuate dagli organi indipendenti di valutazione. Ma si può anche stabilire che in quelle situazioni gli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali non possano essere goduti dai dipendenti, fino a che l’eccedenza di organico non sia stata eliminata o almeno considerevolmente ridotta. Così, anche chi lavora in quegli uffici avrà interesse a che il problema venga affrontato e risolto.

          C’è chi, tra i sindacalisti, sentendo queste proposte, si è stracciato le vesti denunciandole come «autoritarie». Ma per i casi di grave eccedenza di personale la legge imporrebbe il licenziamento, come sola alternativa al trasferimento; l’inibizione dell’aumento retributivo, a ben vedere, è una misura molto meno traumatica. E sarebbe preziosa per rimettere in moto il grande pachiderma addormentato.