Stagisti, i lavoratori invisibili

10/10/2005
    sabato 8 ottobre 2005

    Pagina 27 – Cronaca

    Dopo il corteo di Parigi, anche in Italia cresce la protesta. E sul web gli sfoghi dei ragazzi delle aziende

      Stagisti, i lavoratori invisibili
      "Giovani, sfruttati e indifesi"

        La rabbia dei neolaureati: pochi soldi e prospettive

          MICHELE SMARGIASSI

            Antonio è il sogno di qualsiasi datore di lavoro. Sgobba sodo e non costa niente: ma proprio niente, zero. Anzi, paga di tasca sua per lavorare: «Ottanta euro mi costa l´abbonamento al treno, linea Salerno-Napoli». Bella laurea, buon master, alla Regione Campania fa il lavoro di un dirigente ma non ha neppure una scrivania, figuriamoci un computer. Perché Antonio è uno stagista, ufficialmente è lì solo per imparare il mestiere. Ma a fine mese lo lasceranno a casa, e tenterà la perigliosa navigazione di tanti nel mondo del precariato tra collaborazioni e contratti a termine. O forse, chissà, farà un altro stage. Perché la moda ormai s´afferma impetuosa: 29 volte su cento è proprio uno stage, new entry nel catalogo del lavoro atipico, la prima offerta che un laureato riceve dalle imprese. E spesso anche la seconda e la terza.

            Ma lo stage non è lavoro. È un´appendice della scuola. Una specie di corso di formazione. Almeno dovrebbe essere così secondo la legge Treu che ne dettò le regole otto anni fa. Invece sta precipitosamente diventando l´ultima trovata del pianeta della flessibilità selvaggia: la prestazione volontaria mascherata da studio, il lavoro che non si chiama lavoro, non costa niente e non può rivendicare niente. «Una specie di forza magica, ultraqualificata e assolutamente gratuita», così l´ha spiegata a Le Monde un tal Guillaume, uno tra le centinaia di migliaia di stagiaires che lunedì scorso hanno sfilato a Parigi incatenati come nuovi schiavi.

            In Francia dicono di essere un milione. In Italia, chissà: il fenomeno è disperso, impossibile da censire. E ha due facce opposte: una seria, una truffaldina. Le aziende serie rispettano spirito e lettera della legge, accettano la proposta del "promotore" dello stage (qualsiasi scuola, università, ente di formazione, molte associazioni di utilità sociale), accolgono il giovane laureato, gli affiancano un tutor, gli insegnano i segreti di un mestiere che sui banchi non ha imparato, e se è bravino magari lo assumono. «Il 45 per cento degli stage terminano con un contratto, lo strumento è buono e funziona», assicura Paolo Citterio, presidente del Gidp, l´associazione nazionale dei direttori del personale.

            Poi però ammette: «È vero che una minoranza di aziende fa un uso distorto dello stage. Ma non credo siano più del 15 per cento dei casi».
            A giudicare dalla rabbia con cui gli stagisti si sfogano, sembrerebbero di più. «Arance da spremere e buttare». «Rincalzi gratuiti». Le aziende li prendono volentieri: non rischiano nulla, neppure una causa davanti al pretore del lavoro. "Promotori" disposti a certificare burocraticamente che il ragazzo è lì per imparare e non per lavorare, se ne trovano a iosa. Controlli, nessuno. Più invisibili degli invisibili co.co.co., più indifesi. «Loro sono l´ultima ruota del carro, noi l´ultimissima»: Sara a Milano è già al suo terzo stage, come se avesse chissà cosa da studiare, lei che ha una laurea alla Bocconi. «Ci danno del lei, ci chiamano "dottore", ma alla fine una stretta di mano, "lei è stata bravissima, purtroppo il budget non ci permette…"». Sara prende 500 euro al mese in una grande azienda ramo energia, segretaria del capo, «orario pienissimo, se il presidente torna a tarda sera dalla Germania lo devo aspettare…». Vive da sola e sbarca il lunario coi lavoretti: babysitter, hostess alle fiere, insomma lavora per pagarsi il lusso di lavorare quasi gratis. E può ritenersi fortunata: nulla obbliga le aziende a erogare il «rimborso spese», tant´è vero che ben 4 su 10 non danno un bel nulla, tuttalpiù il buono-pasto.

            E bisogna stare attenti perfino a chi dà troppo. «A volte un rimborso alto è la spia di uno stage fasullo», spiega Valentina Montorsi, della segreteria nazionale Nidil-Cgil: «Non è un rimborso generoso, è uno stipendio da fame. Mesi fa è venuto da noi uno stagista preso in un albergo. Faceva il portiere di notte, orari infami, 1200 euro al mese, su cui il datore di lavoro ovviamente non pagava un solo centesimo di contributi: questo è lavoro nero, altro che formazione professionale…».

            «Ma quale formazione… Sono io che insegno agli altri». Matteo di Ancona da mesi fa il marketing estero di una media impresa d´arredamento, per i soliti 400 euro puliti: «Costo dieci volte meno di molti colleghi di cui dirigo il lavoro. E sono fortunato: i nuovi stagisti li prendono a euro zero. Tanto c´è la fila: ci arrivano decine di curricula al giorno». Perché lo fanno? Perché non ci sono molte altre scelte per tentare lo sbarco nella terra promessa (e non mantenuta) del lavoro. Più di metà degli intervistati dall´inchiesta Gidp pensa allo stage come a un trampolino verso l´impiego, non come a un completamento degli studi. Ma così lo stage non è più solo la quarta e anomala categoria del lavoro flessibile (accanto alla collaborazione a contratto, al lavoro interinale e alla partita Iva), ma diventa una specie di naja senza divisa, un servizio civile obbligatorio e gratuito per essere ammessi, o meglio sperare di esserlo, al mondo dei garantiti.

            Quando non si trasforma, col trascorrere inutile del tempo, in una corvée senza sbocchi, e allora sì che lo stage torna ad essere a suo modo formativo: è l´allenamento a una probabile carriera di precariato cronico. «Io ho capito subito e sono fuggito da questo sistema»: Pierpaolo è stato stagista prima della laurea, cinque mesi in una multinazionale per fare la tesi: «Mi tenevano otto ore al giorno a far fotocopie. Centoventi chilometri al giorno di pendolariato. Mi avevano promesso almeno il rimborso delle spese: l´ultimo giorno, tante grazie, non c´è nulla. Mi son detto: se il mondo del lavoro in Italia è così, io me ne vado». Ora ha un bel contratto a tempo indeterminato a Murcia, Spagna.

            Chi resta, si difende con l´autoironia. Quindicimila visite in pochi mesi per il sito internet "Giubileo degli stagisti": niente più che un divertente giochetto inventato da un artista milanese, Alessandro Nassiri: inserisci le tue «ore non pagate» di stage nell´apposito modulo, e quello te le converte in calorie consumate, e in tavolette di cioccolato equivalenti. Ne ha distribuite virtualmente già 40 mila. «Era solo un gioco, ma arrivano email disperate, altre infuriate, chiedono scioperi, cortei, manifestazioni… Io le giro al sindacato, che altro posso fare?». Ma quale sindacato difende il lavoro di un non-lavoratore?