«Staff leasing», contraddizioni in seno ai padroni

10/07/2003





   

10 Luglio 2003




 


              «Staff leasing», contraddizioni in seno ai padroni
              Il decreto attuativo della riforma Biagi assegna un ruolo centrale alle agenzie interinali, che però si lamentano: «troppa concorrenza sleale». La flessibilità sarà infatti così tanta da creare contraddizioni tra chi la dovrà fornire
              MANUELA CARTOSIO
              MILANO
              Finora hanno solo affittato lavoro a tempo determinato. Con la legge 30 diventeranno «operatori polifunzionali» nel mercato del lavoro. Funzioneranno come uffici di collocamento, potranno fare ricerca e selezione del personale, si occuperanno di outplacement (aiuteranno le aziende a liberarsi degli esuberi), «somministreranno» lavoro sia a tempo determinato che – è la novità dello staff leasing – a tempo indeterminato. Di fronte a tutto questo bendidio uno immagina che le agenzie interinali si freghino le mani dalla contentezza, non abbiano nulla da eccepire al decreto attuativo della «riforma Biagi», accendano ceri al governo Brelusconi per grazia ricevuta. Le cose, invece, non stanno esattamente così. Una parte delle agenzie – quella affiliata a Confinterim – è convinta che lo staff leasing non sarà la manna che farà aumentare il fatturato e, soprattutto, gli utili ridottisi al lumicino nel 2002 (vedi box). «Se il decreto attuativo non sarà modificato», sostiene il presidente di Confinterim Enzo Mattina, «per le nostre società lo staff leasing sarà un’opportunità fittizia». Quella che dovrebbe essere la grande novità della legge 30 non avrà mercato a causa della «concorrenza sleale» praticata da soggetti esentanti dagli obblighi che la legge impone invece alle agenzie che somministrano lavoro.

              La preoccupazione di Mattina non sembra infondata. Ce ne occupiamo perché è la spia di un rischio che potrebbe minare dall’interno l’ambiziosa «riforma» del mercato del lavoro. La flessibilità diventerà così tanta da creare contraddizioni tra i soggetti interessati a fornirla e da risultare, alla lunga, ingovernabile.

              A fare concorrenza sleale allo staff leasing, spiega Mattina, sarà «l’appalto di servizio», nominato con molta vaghezza dall’articolo 29 del decreto attuativo proprio per distinguerlo dalla somministrazione di lavoro. E’ vero che l’appalto di servizio già esiste, ma se non si mettono regole chiare chiunque potrà fornire ad un’impresa tutto quel che serve per fare, ad esempio, un call center. Basterà si faccia la partita Iva e reperisca il personale necessario. Non sarà tenuto a rispettare il contratto di categoria dell’azienda utilizzatrice e non dovrà versare il 4% per la formazione accollato invece a chi farà staff leasing. Potendo scegliere tra le due formule, è ovvio che le imprese sceglieranno la meno costosa.

              Con un po’ di fantasia tutto può essere ricondotto sotto la dizione dell’appalto di servizio, conferma Claudio Treves del dipartimento politiche attive del lavoro della Cgil. L’articolo 29, a suo parere, è in buona sostanza una cessione mascherata di ramo d’azienda (per altro liberalizzata dal decreto). Il governo quell’articolo l’ha scritto per due motivi: perché Confindustria non vuole negarsi proprio nulla e perché con gli appalti di servizio anche la Lega delle cooperative e la Compagnia delle opere avranno la loro fetta della torta. Essendo queste le potenze in campo, Treves prevede che il governo non ascolterà il lamento di Confinterim. «Farà la sommatoria delle diverse esigenze e tra un anno si vedrà chi vincerà».

              A una «selezione naturale» tra le varie forme di flessibilità allude anche Carlo Scatturin, amministratore delegato di Adecco Italia (uscita di recente da Confinterim). Bisognerà trovare «un punto di bilanciamento» tra staff leasing e appalto di servizi, dice. Ma fasciarsi la testa prima di partire, sostenere che lo staff leasing nasce morto è «esagerato e controproducente». Con lo staff leasing si fornirà un servizio senza essere vincolati al risultato (come succede invece con l’appalto), ma l’utilizzatore potrà impiegare il personale come meglio preferisce. L’utilizzatore dovrà valutare i pro e i contro delle due formule e non è detto che quella che apparentemente costa meno sia la migliore. I dubbi di Scatturin vertono su altri aspetti della legge 30. Ad esempio, la borsa del lavoro. Le agenzie interinali saranno obbligato a conferire alla borsa le loro banche dati. In quella di Adecco ci sono un milione di nominativi e di curricula. «La banca dati è il patrimonio di ogni agenzia. Verrà tutelato o socializzato?».

              Altro problema grosso: come dare continuità di reddito ai lavoratori flessibili? Va ad onore di Scatturin averlo almeno nominato, mettendosi nei panni dell’oggetto commerciato tra «somministratatori» e «utilizzatori» di manodopera. Ma sulle indennità di disponibilità da corrisponedere a chi resta «momentanemente» senza «missione» Scatturin è esplicito: a un’agenzia conviene corrisponderla solo per figure professionali alte e di difficile reperibilità.

              L’Ailt, l’altra associazione delle agenzie interinali, getta acqua sull’allarme lanciato da Confinterim. Gennaro Delli Santi, pezzo grosso di Manpower e presidente di Ailt, il problema della concorrenza sleale dice di «non vederlo». Forse minimizza per obbligo, perché Ailt (che rappresenta il 30% del settore) è affiliata a Confindustria. Ma neppure lui deve dormire sonni tranquilli. «Se un’azienda che utilizza lo staff leasing entra in crisi chi risponderà del personale?». Dalla lettura del decreto si evince che ne risponderà l’agenzia somministratrice. Un’altra contraddizione in seno ai padroni.