Spunta il post Nord-Est, modello in crisi

16/04/2004

16 Aprile 2004


    GLI IMPRENDITORI VICENTINI PRESENTANO
    IL RAPPORTO DEL SOCIOLOGO DIAMANTI

    Spunta il post Nord-Est, modello in crisi
    Rotta l’alleanza società-economia: ora si vuole più qualità

    Gigi Padovani

    L’imprenditore chiede più qualità nello sviluppo, tanto che il 58 per cento degli intervistati vuole ridurre il ritmo di crescita sul territorio. Il cittadino chiede di fermare i capannoni (al 50%) e anche la costruzione di nuove case (il 42%). Nel cuore del Nord-Est, dove il modello delle piccole aziende cresciute in fretta si è sviluppato a ritmi forzati a metà degli anni 90, si è rotto l’equilibrio che ha finora fatto funzionare lo sviluppo. Tutto era basato sull’alleanza tra società ed economia grazie ad un reciproco consenso, mentre la frattura nei confronti dello Stato centrale assumeva i contorni di una rivolta politica. Ma adesso la locomotiva arranca, per usare la metafora dell’ottavo rapporto preparato dal sociologo Ilvo Diamanti per conto dell’Associazione industriali di Vicenza, e il fuochista è stanco di lavorare. E così, spiega lo studioso, ora si deve guardare ad un «post Nord-Est», che corrisponde all’avvento del «post fordismo» nato con la crisi del modello industriale che caratterizzò per molti anni la grande impresa del Nord-Ovest.
    La ricerca è stata condotta su un campione di 800 casi tra la popolazione e alcune centinaia di aziende iscritte nella terza associazione imprenditoriale d’Italia, quella vicentina – dopo Torino e Milano – , presieduta da Massimo Calearo, uno degli industriali emergenti dell’area produttore di antenne. A Palazzo Longare i risultati del rapporto mettono in evidenza la fine di una parabola, perché «la rabbia e la protesta verso la politica e le istituzioni si sono trasformate in delusione». Chi abitava in questa parte d’Italia, lo si sa, era disposto a lavorare di più, a non fare le ferie, a tenersi inquinamento e capannoni, pur di guadagnare. Oggi l’incantesimo si è rotto: «Dopo aver conquistato il benessere, la società del Nord Est vorrebbe vivere e stare meglio. Avere più tempo. Mentre si vede costretta a faticare di continuo per tenere il ritmo dei concorrenti, sempre più aggressivi».
    Si affacciano così nuove paure: oltre all’immigrazione, si teme la delocalizzazione delle imprese verso i paesi della nuova Europa. E il numero di quanti prevedono un peggioramento dell’economia sale dal 21% di fine 2002 al 35% di oggi (il periodo di rilevamento è fine dicembre 2003-gennaio 2004). Diventa invece irrinunciabile la qualità della vita e dello sviluppo, secondo il 39 per cento degli intervistati. Commenta Diamanti: «Da più di due anni non siamo più in fase di espansione, sebbene la crisi non fosse percepita diffusamente. Ora la percezione generale è di difficoltà in termini di prospettive (per i redditi familiari) e di bisogni materiali primari». La conclusione del sociologo che più ha studiato questo modello contribuendo a lanciarlo in Italia, appare piuttosto disarmante: «E’ finito il consenso sociale al modello di sviluppo del Nord-Est. Ora ci attendiamo il post Nord-Est, come è stato ad esempio il post fordismo che ha creato il modello Fiat».
    E qui nasce la contraddizione messa in evidenza dal rapporto. Tutti sanno che per crescere quest’area del paese avrebbe bisogno di infrastrutture, viabilità, logistica, impianti di smaltimento rifiuti e centrali elettriche. Ma sebbene la società locale ne sia consapevole, non è più disponibile ad accettarne i costi. Le conseguenze sono politiche («la Lega ora si occupa di altro, non segue più le battaglie per le quali aveva dato soggettività all’antipolitica») e di guida nelle associazioni imprenditoriali («Tognana ha perso la battaglia in Confindustria perché il modello Nord-Est ha perso», conclude Diamanti.