“Spiagge 2″ Un patrimonio di sabbia che vale molti miliardi

27/04/2005
    mercoledì 27 aprile 2005

    Pagina 9 – Cronaca

    DOSSIER

      Nel 2002 il governo aveva già provato a vendere: in 15 giorni, tremila offerte. Una stima economica di Nomisma
      Un patrimonio di sabbia
      che vale molti miliardi
      "Il problema? Salvarlo dall´erosione"

        ANTONIO CIANCIULLO

          ROMA – Non è facile dire quanto valgono le spiagge italiane. Perché bisognerebbe calcolare quanto valgono le nostre vacanze, la possibilità di concedersi un intervallo in una giornata faticosa, la presenza di un elemento fondamentale del paesaggio. Ma, depurando dalla stima ciò che è troppo difficile stimare, Nomisma azzarda un´ipotesi: 13 miliardi di euro, circa l´1 per cento del Pil italiano. Una cifra a cui l´istituto di ricerca arriva attraverso una valutazione generale (circa la metà dei flussi turistici sono attratti dal mare) e un´analisi di sei località balneari usate come campione: per ognuna di queste spiagge è stato studiato il reddito derivante dalle varie attività collegate all´uso del mare.

          Nomisma calcola i proventi di un settore economico, non dà una valutazione delle potenzialità «immobiliari» del bene . Sebbene già con la Finanziaria del 2002 sia stato proposto un trasferimento ai Comuni delle aree demaniali sul litorale come prima tappa verso la privatizzazione (in un paio di settimane si accumularono 3 mila richieste da parte dei gestori delle spiagge) l´ipotesi non è stata presa in considerazione perché l´alt, anche per motivi giuridici, arrivò immediatamente.

          Per questo lo studio utilizza l´elemento economico come parametro per valutare la convenienza di interventi mirati al miglioramento della situazione delle spiagge minacciate dall´avanzata del mare piuttosto che come base per elaborare un borsino dei prezzi. L´istituto di ricerca ricorda che l´erosione colpisce più della metà delle spiagge basse e sabbiose e calcola che un intervento correttivo di ampliamento («ripascimento») su un fronte di 1.500 metri potrebbe costare tra i 6,3 e i 7,9 milioni di euro e darebbe un ritorno economico valutabile attorno al 15 per cento già nel primo anno prendendo in considerazione solo le attività di spiaggia (esclusi i servizi accessori come discoteche, palestre, kindergarten).

          La necessità di concentrare l´attenzione sul recupero di un bene minacciato dall´inquinamento, dall´erosione e dall´abusivismo emerge anche da un dossier preparato da Legambiente. Da questi dati risulta che più del 50 per cento del demanio marittimo è già occupato da costruzioni e infrastrutture. «Il demanio marittimo è il regno dell´abusivismo: ogni anno sui litorali del Mezzogiorno nascono più di 3 mila costruzioni fuorilegge», accusa il presidente di Legambiente Roberto Della Seta. «Un numero che negli ultimi anni è aumentato a causa dell´aspettativa creata dal condono edilizio: nelle regioni del Sud ne sono stati denunciati 2.623 nel 2002 e 3.470 nel 2003». Il record spetta alla Sicilia dove, tra il 2001 e il 2003, sono state tirate su 2.005 ville, case e altre strutture illegali a due passi dal bagnasciuga.

            «L´idea di vendere le spiagge è il frutto della disperazione per il fallimento economico del governo», aggiunge il responsabile ambiente della Margherita Ermete Realacci. «Un po´ di liquidità si potrebbe ricavare semmai da un adeguamento dei canoni, che viaggiano ancora su prezzi irrisori rispetto alle potenzialità economiche legate all´uso di aree così pregiate. E soprattutto, invece di svendere a prezzi da saldo le risorse del paese, bisognerebbe tener presente il ruolo del paesaggio in un´economia come la nostra che vive di turismo e di qualità. I danni della deregulation rischiano di ripercuotersi sui prossimi decenni».