Spesa pubblica: i riformisti e Dini spingono sui tagli

27/07/2007
    venerdì 27 luglio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    SPESA PUBBLICA

      I riformisti e Dini spingono sui tagli
      Tensione nell’Unione: rinvio a settembre

        Mario Sensini

        ROMA — Il più deluso, forse, è Tommaso Padoa-Schioppa. Aveva chiesto lui alla maggioranza, nel Dpef, di dare al governo con la risoluzione sul Documento, indicazioni precise sulla riduzione della spesa primaria. Dopo aver strappato al governo l’impegno a non aumentare le tasse ed evidenziato un importo consistente (21 miliardi) di spese non ancora coperte, l’individuazione puntuale del taglio della spesa pubblica da parte del Parlamento, era il tassello che mancava per blindare la prossima Legge finanziaria di settembre.

        Lamberto Dini, che negli ultimi tempi con Padoa-Schioppa gioca spesso di sponda, ma che ci tiene altrettanto a smarcare il governo dai vincoli della sinistra radicale, ha preso la palla al balzo e con il suo collega senatore della Margherita Natale D’Amico ha preparato un bell’emendamento alla risoluzione di maggioranza. Sul quale, ieri mattina a Palazzo Madama, è scoppiato un mezzo putiferio, fin quando è stato ritirato dopo un incontro dei due senatori con la capogruppo dell’Ulivo, la Ds Anna Finocchiaro, e il sottosegretario all’Economia Nicola Sartor.

        Dini e D’Amico chiedevano di impegnare l’esecutivo alla riduzione della spesa primaria (che esclude gli interessi sul debito) dal 39,8% di quest’anno al 39,3% nel 2008, poi al 38,7%, poi al 38 e al 37,2% nel 2011. Anno del previsto pareggio di bilancio. Un obiettivo, questo, che Dini non ritiene affatto credibile vista la presa che hanno il Prc, i Comunisti, i Verdi e la Sinistra democratica sulle scelte dell’esecutivo. Per Dini l’emendamento con la scansione dei tagli era l’unico meccanismo in grado di blindare l’obiettivo del pareggio. Per il governo e i vertici dell’Ulivo, invece, si è rivelato, ieri mattina quando il testo è saltato fuori, solo un rischio da evitare in una votazione molto difficile, dall’esito appeso a un filo, come del resto tutte quelle dell’Aula del Senato.

        Quando gli hanno chiesto di ritirare l’emendamento, con il governo imbarazzato a minacciare un parere contrario, Dini si è impuntato. Ha tirato fuori il Dpef, pagina 38, e ha letto il passaggio incriminato. «Siete voi a chiederlo al Parlamento. E ora non vi sta bene?» ha detto il senatore della Margherita. Che, alla fine, ha ottenuto che il governo in Aula, con Sartor, si impegnasse «autonomamente» a dar lui direttamente, con la Finanziaria e l’aggiornamento di settembre del Dpef, il profilo e la dimensione dei tagli alla spesa.

        L’incidente è superato, anche se a Dini la cosa non è andata giù molto bene. Tanto più che il 19 luglio, una settimana fa, aveva preannunciato i termini del suo emendamento alla Finocchiaro con una lettera. Lettera alla quale, a quanto si sa, la capogruppo dell’Ulivo non ha mai dato risposta. Così la mossa attesa da Padoa-Schioppa è diventata ieri una sorpresa. Anzi, un rischio da evitare.