Spesa «blindata» per 3000 prodotti

20/09/2004


            sabato 18 settembre 2004

            ADERISCONO 15.000 PUNTI VENDITA
            Spesa «blindata» per 3000 prodotti

            Vanni Cornero

            L’accordo «blocca-prezzi» annunciato ieri ufficialmente a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Berlusconi, e dai ministri Siniscalco e Marzano ha raccolto l’adesione delle maggiori organizzazioni della grande distribuzione, ma non mancano perplessità e critiche, tanto da parte di alcuni settori della filiera alimentare, tanto da rappresentanti dei consumatori. L’intesa coinvolge 15.000 punti vendita e 3000 prodotti «a marchio privato» e di «primo prezzo», che insieme sono stimati pari al 14% del volume d’affari della grande distribuzione alimentare. I prodotti «a marchio privato» sono quelli commercializzati con l’etichetta della catena di supermercati che li vende (in altre parole: sull’etichetta c’è solo il nome del prodotto e quello della società che lo distribuisce, senza altre marche industriali); i prodotti di «primo prezzo», invece, sono i meno cari tra quelli di ogni varia tipologia (scatolame, salumi, formaggi ecc.)presenti sugli scaffali di un gruppo commerciale.

            Al patto proposto da Berlusconi, Siniscalco e Marzano hanno risposto positivamente le imprese aderenti ad Ancc, Ancd, Faid Federdistribuzione, Federcom. Con loro si è schierata anche Centromarca, a cui fanno capo 205 aziende, e che controlla la formazione all’origine dei prezzi dei prodotti di marca. E le catene di supermercati a marchio Auchan, Cityper, Sma vanno oltre, impegnandosi a continuare nella loro politica di lotta contro l’inflazione anche dopo il 31 dicembre, data di scadenza dell’accordo sul blocco dei prezzi.

            Ma questa risposta massiccia alla chiamata del governo (complessivamente ipermercati, supermercati e discount coprono una quota di mercato del 52,7%) non sarebbe sufficiente ad alleggerire il conto della spesa: le contestazioni puntano innanzitutto sulla scelta dei prodotti bloccati, i cui prezzi, come afferma

            Altroconsumo che ha misurato in due anni una flessione del 4%, «sono già in calo da tempo». Insomma le reali possibilità di contenimento dei prezzi su questo tipo di prodotti sarebbero nulle, meglio quindi pensare ad una «deregulation del commercio» con saldi e orari di apertura liberi (una prospettiva che piace ai responsabili della grande distribuzione, ma preoccupa i sindacati che temono un aumento degli orari di lavoro degli addetti del settore). Altroconsumo cita peraltro a sostegno della sua tesi i calcoli della stessa Faid Federdistribuzione in cui è sottolineato già dai mesi estivi un lieve ridimensionamento dello 0,2% per i listini dei beni di largo consumo.

            Anche la Coop, comunicando di aderire all’accordo, tiene a sottolineare che il suo impegno sul fronte prezzi non è cosa di oggi: «Già da diversi mesi – ricorda il presidente, Aldo Soldi – in linea con le proprie caratteristiche di organizzazione nata dai consumatori, Coop non solo ha bloccato i cartellini di oltre 1300 prodotti a marchio ma, tra questi, ne ha ribassato del 10% 150 tra i più importanti nella spesa quotidiana». Ma, aggiunge Soldi, «il potere d’acquisto delle famiglie non è messo in difficoltà da ciò che accade nella grande distribuzione bensì altrove, ed è qui che occorrerebbero interventi da un lato di rilancio dell’economia, dall’altro per calmierare prezzi e tariffe, oltre a effettuare un controllo sulle speculazioni e sugli aumenti ingiustificati».

            Un tasto, quello degli aumenti selvaggi, che trova particolarmente sensibili i rappresentanti del mondo agricolo. «Dovremmo ricevere un premio per il contributo che come agricoltori abbiamo dato al contenimento dei prezzi al consumo», dice il presidente di Confagricoltura, Augusto Bocchini, ricordando il costante calo delle quotazioni di quasi tutti i prodotti dei campi e degli allevamenti. E il leader della Coldiretti, Paolo Bedoni, chiede: «Il positivo accordo per il contenimento dei prezzi va accompagnato da un contestuale impegno per garantire un’adeguata presenza di prodotti alimentari Made in Italy sugli scaffali dei supermercati, visto che, solo nei primi quattro mesi dell’anno, l’import di ortaggi è salito del 20% e quello di frutta del 9%». Il numero uno della Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, parla invece dell’accordo come di «un semplice palliativo» per un problema sempre più pressante che sta provocando forti riflessi negativi sui consumatori «alle prese, ormai da tempo, con rincari vertiginosi e spesso ingiustificati di cui il settore agricolo non è assolutamente responsabile, ma vittima».