Sparare perché nulla cambi – di Umberto Eco

22/03/2002


 
 
SPARARE PERCHÉ NULLA CAMBI
 
 
 
 
UMBERTO ECO

SI PROVA un certo imbarazzo a riflettere (e ancor più a scrivere) sul ritorno del terrorismo. Si ha l´impressione di ricopiare paro paro articoli che si sono scritti negli anni Settanta. Questo ci dice che, se non è vero che nulla si è mosso nel paese da quel decennio in avanti, certamente nulla si è mosso nella logica del terrorismo. Caso mai è la nuova situazione in cui riappare che induce a rileggerla in chiave leggermente diversa.
Si dice che l´atto terroristico miri alla destabilizzazione, ma l´espressione è vaga, perché diverso è il tipo di destabilizzazione cui può mirare un terrorismo "nero", un terrorismo di "servizi deviati", e un terrorismo "rosso". Assumo, sino a prova contraria, che l´assassinio di Marco Biagi sia opera, se non delle vere e proprie Brigate Rosse, di organizzazione dai principi e metodi analoghi, e in questo senso userò d´ora in poi il termine "terrorismo".
Che cosa si propone di solito un atto terroristico? Siccome l´organizzazione terroristica segue una utopia insurrezionale, essa mira anzitutto a impedire che si stabiliscano tra opposizione e governo accordi di qualsiasi tipo – sia ottenuti, come ai tempi di Moro, per paziente tessitura parlamentare, che per confronto diretto, sciopero o altre manifestazioni che vogliano indurre il governo a rivedere alcune sue decisioni. In secondo luogo mira a spingere il governo in carica a una repressione isterica, sentita dai cittadini come antidemocratica, insostenibilmente dittatoriale, e quindi a fare scattare l´insurrezione di una vasta area preesistente di "proletari o sottoproletari disperati", che non attendevano che un´ultima provocazione per iniziare un´azione rivoluzionaria.
Talora un progetto terroristico ha successo, e il caso più recente è quello dell´attentato alle Due Torri. Bin Laden sapeva che esistevano nel mondo milioni di fondamentalisti musulmani che attendevano solo la prova che il nemico occidentale poteva "essere colpito al cuore" per insorgere. E infatti così è stato, in Pakistan, in Palestina e anche altrove. E la risposta americana in Afghanistan non ha ridotto ma rafforzato quell´area. Ma perché il progetto abbia un esito occorre che quest´area "disperata" e potenzialmente violenta esista, voglio dire come realtà sociale.

Il fallimento non solo delle Brigate Rosse in Italia ma di molti movimenti in America Latina è stato di costruire tutti i loro progetti sulla presupposizione che l´area disperata e violenta ci fosse, e fosse calcolabile non in decine o centinaia di persone, ma in milioni. La maggior parte dei movimenti in America Latina sono riusciti a portare alcuni governi alla repressione feroce, ma non a fare insorgere un´area che evidentemente era molto più ridotta di quanto i terroristi prevedessero nei loro calcoli. In Italia tutto il mondo dei lavoratori e le forze politiche hanno reagito con equilibrio e, per quanto qualcuno voglia criticare alcuni dispositivi di prevenzione e repressione, non ha prodotto la dittatura che le Brigate Rosse attendevano. Per questo le Br hanno perso il primo round (e noi tutti ci siamo convinti che avessero abbandonato il progetto).
La sconfitta delle Brigate Rosse ha convinto tutti che esse non erano riuscite, alla fin fine, a destabilizzare alcunché. Ma non si è riflettuto abbastanza che sono servite moltissimo, invece, a "stabilizzare", perché un paese in cui tutte le forze politiche si erano impegnate a difendere lo Stato contro il terrorismo, ha indotto l´opposizione a essere meno aggressiva, a tentare piuttosto le vie del cosiddetto consociativismo. Pertanto le Brigate Rosse hanno agito da movimento stabilizzatore o, se volete, conservatore. Che l´abbiano fatto per madornale errore politico o perché dovutamente manovrate da chi aveva interesse a raggiungere quei risultati, poco conta. Quando il terrorismo perde, non solo non fa la rivoluzione ma agisce come elemento di conservazione, ovvero di rallentamento dei processi di cambiamento.
Quello che colpisce nell´ultima impresa terroristica, almeno a prima vista, è che di solito i terroristi uccidevano per impedire un accordo (il caso Moro insegna) mentre questa volta sembra abbiano agito per impedire un disaccordo – nel senso che molti ritengono che dopo l´assassinio di Biagi l´opposizione dovrebbe attenuare, ingentilire e addomesticare le sue manifestazioni di dissenso e i sindacati dovrebbero soprassedere allo sciopero generale.
Se si dovesse seguire questa logica ingenua dei "cui prodest", si dovrebbe pensare che un sicario governativo si è messo il casco, è salito in motorino ed è andato sparare a Marco Biagi. Il che non solo pare eccessivo anche ai più esasperati "demonizzatori" del governo, ma ci indurrebbe a pensare che dunque le nuove Brigate Rosse non ci sono e non costituiscono problema.
Il fatto è che il nuovo terrorismo come sempre confida nell´appoggio di milioni di sostenitori in una potenziale area rivoluzionaria violenta (che non ci sono) ma soprattutto vedeva lo smarrimento e il disfacimento della sinistra come un eccellente elemento di scontento tra i componenti di quell´area fantasma. Ora i girotondi (fatti come è noto da distinti cinquantenni pacifici e democratici per vocazione), la risposta che hanno cercato di darvi i partiti d´opposizione, e il ricompattamento delle forze sindacali stavano ricostituendo nel paese un eccellente equilibrio tra governo e opposizione. Uno sciopero generale non è una rivoluzione armata, è soltanto una iniziativa molto energica per arrivare a modificare una piattaforma d´accordo. E dunque anche questa volta, anche se apparentemente pare impedire la manifestazione di un disaccordo, l´attentato di Bologna mira a impedire un accordo (sia pure più conflittuale e combattuto). Soprattutto mira a impedire, nel caso che l´opposizione sindacale modifichi la linea del governo, che si rafforzi il vero nemico del terrorismo, e cioè l´opposizione democratica e riformista.
Anche questa volta, dunque, se il terrorismo riuscisse nel suo primo intento (attenuare la protesta sindacale) sarebbe riuscito nell´ottenere quello che ha sempre ottenuto (lo volesse o no): la stabilizzazione, la conservazione dello status quo.
Se così è, la prima cosa che opposizione e sindacati debbono fare è non cedere al ricatto terroristico. Il confronto democratico deve procedere, nelle forme più aggressive che le leggi consentono, come appunto lo sciopero e la manifestazione di piazza, perché chi cede fa esattamente quello che i terroristi volevano.
Ma del pari (se posso permettermi di dare consigli al governo) il governo deve sottrarsi alla tentazione a cui l´attentato terroristico lo espone: spostarsi su forme di repressione inaccettabili. La repressione può avere reincarnazioni sottili, e al giorno d´oggi non prevede necessariamente l´occupazione delle piazze principali coi carri armati. Quando si sente in televisione l´uomo di governo che in modi diversi (alcuni con misura, e con qualche vaga allusione, altri con evidenza indiscutibile), suggeriscono che ad armare (moralmente, moralmente, si precisa) la mano dei terroristi sono stati coloro che in forme diverse hanno messo sotto accusa il governo, chi ha firmato appelli in favore della risposta sindacale, chi rimprovera a Berlusconi il conflitto d´interesse o la promulgazione di leggi altamente discutibili, e discusse anche fuori dei nostri confini – chi fa questo sta enunciando un pericoloso principio politico. Il principio si traduce così: visto che esistono terroristi, chiunque attacca il governo ne incoraggia l´azione. Il principio ha un corollario: dunque è potenzialmente criminale attaccare il governo. Il corollario del corollario è la negazione di ogni principio democratico, il ricatto rivolto alla libera critica sulla stampa, a ogni azione di opposizione, a ogni manifestazione di dissenso. Che non è certo l´abolizione del Parlamento o della libertà di stampa (io non sono di coloro che parlano di nuovo fascismo) ma è qualcosa di peggio. E´ la possibilità di ricattare moralmente e indicare alla riprovazione dei cittadini chi manifesta disaccordo (non violento) con il governo, e a equiparare eventuali violenze verbali – comuni a molte forme di polemica accesa ma legittima – con la violenza armata.
Se a questo compiutamente si arrivasse, la democrazia rischierebbe di essere svuotata di ogni senso. Si avrebbe una nuova forma di censura, il silenzio o la reticenza per timore di un linciaggio mediatico. E quindi a questa diabolica tentazione gli uomini del governo debbono "resistere, resistere, resistere".
L´opposizione deve invece "continuare, continuare, continuare", in tutte le forme che la Costituzione consente. Se no, davvero (e per la prima volta!), i terroristi avrebbero vinto su entrambi i fronti.