S&P e sindacati votano no

10/03/2004



 
   
10 Marzo 2004
ECONOMIA



 

S&P e sindacati votano no
L’agenzia di rating prevede il flop dell’Italia sui conti pubblici. Oggi Cgil, Cisl, Uil decidono la data dello sciopero: «Dobbiamo cambiare l’agenda: basta con i tagli alla spesa, serve sviluppo»
PAOLO ANDRUCCIOLI


La previsione dell’agenzia internazionale di rating, Standard & Poor’s, è semplice: l’Italia rischia di non riuscire a rispettare gli impegni sui conti pubblici. In particolare sarebbero a rischio le politiche fiscali e la capacità di copertura finanziaria delle manovre senza validi appoggi strutturali. Tradotto: l’Italia rischia di perdere l’appuntamento del patto di stabilità e potrebbe subire un «early warning», ovvero l’ammonizione formale che scatta prima delle sanzioni vere e proprie, procedimento subito già da Portogallo, Germania e Francia. Si tratta dunque di un altro avviso pesante e della dimostrazione che sull’Italia c’è un pressing. In particolare, il rapporto dell’agenzia di rating, firmato da Myriam Fernandez deHereida, mette in evidenza anche la possibile mancanza di copertura della devoluzione fiscale, anche se in questo campo l’Italia – dice il rapporto – cerca di essere un buon esempio. Il giudizio è rimandato, ma la previsione è molto preoccupante. Netto il giudizio negativo dei sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil, che ieri hanno organizzato una conferenza stampa per presentare il documento unitario che sarà votato oggi dall’assemblea nazionale dei delegati. La riunione che si terrà a Roma al Palalottomatica dell’Eur deciderà anche la data dello sciopero generale di quattro ore e le altre scadenze messe in campo contro la riforma delle pensioni e in generale la politica economica del governo Berlusconi. Sia il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, sia gli altri due segretari generali di Cisl e Uil, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, hanno ribadito che bisogna cambiare radicalmente l’agenda delle priorità. Da mesi il paese è infatti inchiodato a discutere di tagli alla spesa pubblica e in particolare di riforma delle pensioni in senso peggiorativo: fino a qualche giorno fa era rimasta in gioco anche la decontribuzione, che ora il governo ha deciso di accantonare.

Cgil, Cisl, Uil propongono al contrario di ripartire dai problemi dello sviluppo mettendo le pensioni all’ultimo posto. Rovesciare le priorità, ha detto Epifani, dimostrerebbe anche senso di responsabilità, vista la gravità della situazione. La priorità assoluta la deve avere l’economia – ha detto anche Pezzotta – basta guardare quello che sta succedendo in tutti i settori industriali. Bisogna riportare il dibattito sulle cose vere. Gli italiani si cominciano a rendere conto – ha detto poi Angeletti – di essere stati vittime di una grande illusione: che con la diminuzione delle tasse e le privatizzazioni potesse scattare un nuovo miracolo economico. Così non è stato.

Nel documento unitario i sindacati ripropongono quindi una nuova politica economica che parta dalle scelte industriali, dall’innovazione e dalla ricerca. E’ urgente aumentare la spesa nazionale in ricerca e sviluppo, cercando di collocare gli interventi di politica industriale nel contesto europeo. Si ripropongono poi la questione del mezzogiorno e la creazione di posti di lavoro stabili e di qualità, insieme a una nuova politica energetica e a politiche ambientali che negli ultimi anni si sono progressivamente indebolite (con finanziamenti al 50% inferiori alla media europea). Ci sono da affrontare con urgenza i problemi dei trasporti, ma soprattutto la questione della politica dei redditi.

Su questo punto i sindacati sono molto chiari e prendono atto di un vistoso deterioramento. Bisogna per questo rilanciare una politica di aumenti che marci di pari passo con le politiche fiscali e con la battaglia per la restituzione del fiscal drag, il drenaggio fiscale. Da rivedere completamente le politiche sociali a partire dalla sanità. Emergenza anche per scuola e casa. Le pensioni sono solo l’ultimo capitoletto.