Sospendere il referendum? Parliamone

15/07/2002


14 luglio 2002



ARTICOLO 18
Sospendere il referendum? Parliamone


PAOLO CAGNA NINCHI*

    Diliberto sul
    manifesto del 13 luglio ci chiede di sospendere la raccolta di firme sul referendum per estendere l’articolo 18 per sostenere tutti insieme l’iniziativa della Cgil. Premetto che la campagna si sta concludendo, il 31 luglio raggiungeremo l’obiettivo delle 600.000 firme e le firme non si possono congelare se si vuole concretizzare l’iniziativa referendaria in tempi politicamente utili, cioè entro la primavera del 2003. Altrimenti, come per altri referendum, le cui firme si raccoglieranno dopo il 30 settembre, si voterebbe nel 2004 (con le elezioni europee?) o nel 2005.

    Ma soprattutto voglio dire che oggi, molto più di quando, oltre un mese fa la segreteria Cgil chiese, a maggioranza, ai promotori la sospensione della campagna, il referendum è, oggettivamente, l’unico sostegno concreto all’iniziativa della Cgil e all’opposizione al «patto per l’Italia», con cui si consuma non solo l’aggressione all’articolo 18 ma si modificano profondamente natura e ruolo del sindacato e si giunge a sancire che la rappresentatività sindacale deriva dalla controparte e non più dai rappresentati sia estendendo a tutti un accordo fatto dalla minoranza della rappresentanza senza la verifica referendaria (qualcuno si ricorda del sabotaggio alla legge sulla rappresentanza con la maggioranza di centro-sinistra?), sia con l’incredibile esclusione della Cgil dalla futura trattativa in quanto non firmataria del patto.

    L’effetto profondo di queste scelte, la distruzione di un modello di relazioni sociali danno alla nostra iniziativa referendaria un significato e un valore ulteriori, anche in rapporto alle scelte e alle proposte della Cgil: non solo mantenere la mobilitazione ma accompagnare a essa iniziative legislative e referendarie volte a estendere i diritti di chi lavora, in particolare con le proposte di legge di iniziativa popolare per abbassare il limite dei 15 dipendenti e per estendere i diritti ai lavoratori atipici.

    Il deposito delle 500.000 firme rende possibile legiferare in materia solo nel senso dei promotori del referendum, anche se si vuole evitare lo svolgimento del referendum popolare. E’ evidente che con l’attuale maggioranza una qualunque iniziativa parlamentare di segno opposto alla politica governativa non ha alcuna possibilità di successo, neppure con un’opposizione che fosse, sul tema, più determinata e coesa di questa. Viceversa proprio il referendum abrogativo del limite dei 15 dipendenti rende possibile anche la via legislativa nel senso proposto dalla Cgil.

    E’ questa comunque una buona occasione per rompere il silenzio o l’imbarazzo che circonda, a sinistra questo referendum.

    C’è chi dice che è il referendum di Bertinotti, perciò divide. A questo potrebbe rispondere Bertinotti stesso che sostiene il referendum promosso da delegati, giuristi, docenti, uomini della cultura, ma non da partiti. Ma proprio il sostegno di Bertinotti, come quello di Socialismo 2000, dei Verdi, della Fiom, della sinistra sindacale confederale ed extraconfederale, di Attac Italia, ecc., e non di altri, dimostra che lo scontro è sul merito e il merito, grazie all’azione coerente del governo, diventa veramente discriminante: esso divide oggi Ulivo e DS su Cofferati e articolo 18 come domani li dividerà sulla previdenza e sulla guerra all’Irak. Quindi è sul merito che si può aprire a sinistra una fase di rimescolamento di carte e di riaggregazione importante per le prospettive sociali e politiche del paese.

    Altri guardano alla debolezza dell’opposizione e al ruolo assunto da Cofferati – sta per fare un nuovo partito? – e si mantengono sulle generali e comunque su una posizione che non confligga con Cofferati che non ha condiviso (per ora, dico io) la scelta referendaria. Tra questi mi pare ci sia il manifesto che ha assunto una posizione pilatesca, cioè non ha assunto nessuna posizione, il che è singolare per un giornale che è uno strumento di lotta politica molto importante per la sinistra italiana.

    Vogliamo parlarne un po’? Non credo che ci faccia male, visto che nella primavera del 2003 saremo chiamati a votare si o no all’estensione di tutele diritti previsti dallo statuto dei lavoratori. Comincio io rispondendo ai luoghi comuni più frequenti. E le piccole imprese cuore del paese e presunto cuore della sinistra?

    A questo hanno risposto recentemente l’Istat e il governatore della Banca d’Italia: il 90 per cento delle imprese italiane è sotto i 15 dipendenti e il 50 sotto i 10 perché il sistema produttivo si è strutturato in questo modo, parliamo perciò di imprese nazionali, di multinazionali e non della piccola impresa artigiana (non si capisce poi perché il garzone del mio macellaio non abbia diritto alla sua dignità). Perché far giudicare al salumiere i diritti del lavoratore? Perché in questo caso i diritti del lavoratore sono i diritti anche del salumiere, poiché le condizioni del lavoro, la libertà e la dignità di chi lavora ha ovvi riflessi sulle condizioni di democrazia del paese (ma su questo rimanderei all’articolo di Tronti sul manifesto).

    Ma se poi si perde, e allora sarà peggio, posizione questa spesso di sinistra-sinistra. Il pessimismo di sinistra, che forse è pessimismo sull’uomo, deve misurarsi finalmente con la realtà, con il paese, con i suoi umori: è un paese di destra? Intanto la campagna referendaria è una grande operazione di discussione collettiva, un confronto che attraversa tutti, che ci costringe a uscire dal chiuso di una sinistra che guarda più a sé che al Paese. Lo stesso avvenne nel 2000 di fronte al referendum dei radicali per abrogare l’articolo 18: il no del 70 per cento dei votanti fu una risposta chiara a chi pensava e proponeva a sinistra di difendersi con l’astensione e fu nello stesso tempo una clamorosa occasione perduta perché quell’astensione non permise di raggiungere il quorum. Noi abbiamo più fiducia nella capacità di spostare anche le coscienze se si rendono chiari i termini dello scontro, e la grande mobilitazione di questi mesi ha ben fatto questo.

    Poi non si vede francamente quale altro strumento sia disponibile nella attuale situazione, o forse si pensa all’opposizione parlamentare già debole nei numeri e ancora più debole per le divisioni che la percorrono per ogni questione di merito?

    Oggi il referendum offre una strada per opporsi all’opera distruttiva della maggioranza appellandosi a uno strumento di partecipazione popolare, ora che nel paese c’è un risveglio sociale e civile che non può essere abbandonato, e nello stesso tempo converge con l’iniziativa della Cgil per partire dal lavoro per avviare il cambiamento sociale e politico di cui il Paese ha bisogno.

    * presidente comitato La giusta causa, Stesso lavoro stessi diritti, promotore dei referendum sugli articoli 18 e 35 dello Statuto dei lavoratori