Sorpresa, ora cassiera è bello

19/06/2002

Domenica 16 giugno 2002



Elaborato dalla Filcams-Cgil uno studio sul settore orobico. I problemi: flessibilità e orari
   

Sorpresa, ora cassiera è bello
Il supermaket non è più un ripiego: piace il contatto con la gente

La situazione del lavoro nella grande distribuzione? Neppure così drammatica come a volte pare emergere, anche se sono confermati molti dei problemi che il settore oggettivamente evidenzia. È questa la fotografia che emerge dallo studio commissionato sulla qualità del lavoro nella grande distribuzione (supermarket) bergamasca dalla Filcams-Cgil di Bergamo e che sarà oggetto di un apposito convegno che si svolgerà martedì mattina (inizio ore 9) alla Sala Borsa Merci di via Petrarca 10, a Bergamo e a cui prenderanno parte oltre che esponenti del mondo sindacale (è atteso il segretario generale nazionale della Filcams-Cgil, Ivano Corraini) anche responsabili delle società che gestiscono la grande distribuzione orobica.
«È il primo studio che viene fatto in Italia sulla qualità del lavoro nei centri commerciali – sottolinea Mirco Rota, segretario provinciale della Filcams-Cgil di Bergamo -. Un mondo "nuovo", che ha cominciato a prendere forma sistematica solo da qualche anno e che riscontra tutti i problemi che possono emergere in occasione di iniziative imprenditoriali "giovani"».
L’inchiesta, curata da Gloria Volpato e Silvana Zanoli attraverso la predisposizione e l’elaborazione di oltre 300 questionari (distribuiti nei dieci centri orobici: Auchan di Bergamo e Curno, Castorama di Curno e Seriate; Esselunga di Bergamo e Curno; Iper di Brembate, Orio e Seriate; Pellicano di Treviglio) che hanno così coperto un campione significativo pari a circa il 20% della forza lavoro del settore della grande distribuzione bergamasca (meno di 2.200 lavoratori) , dà alcune conferme, ma mette in luce anche alcune importanti novità. Tra le conferme, quella che la tipologia d’occupazione è caratterizzata dalla componente femminile (65%), soprattutto giovane (il 44% compresa nella fascia 26-35 anni) con un livello medio di scolarità (52% diploma professionale e scuola superiore, anche se il 45,5% ha solo la licenza media inferiore). Tra le mezze sorprese il fatto che nell’81,5% dei casi si parla di lavoratori con contratti a tempo indeterminato («pochissimo interinale, molto tempo determinato in occasioni di precisi periodi stagionali»).
Il lavoro, poi, nei supermarket appare non essere un «ripiego»: «Mi piace il contatto con le persone» è la risposta data nel 22,1% dei casi, mentre la questione «Flessibilità degli orari» è stata indicata come motivazione nel 16,9% dei casi e solo il 10,9% dei casi l’ha scelto perché «non trovava di meglio».
Il livello di soddisfazione su quanto si compie quotidianamente è tutto sommato significativo: il 37% è «abbastanza soddisfatto» e solo il 20% indica è «poco» o «molto insoddisfatto».
«Nei rapporti con i colleghi e con i superiori, poi, l’indagine evidenzia situazioni abbastanza soddisfacenti – aggiunge Rota – mentre è il capitolo economico che lascia perplessi i lavoratori: è insoddisfatto il 56,9% dei lavoratori giustificandolo nel 46,7% dei casi come "non proporzionale a impiego e fatica". Si lamenta, in pratica, il grande sacrificio richiesto che spesso va oltre il momento lavorativo ma si ripercuote negativamente anche sulla vita familiare del soggetto: basti pensare come il sabato libero è un miraggio e spesso anche la domenica diventa per molti giornata di lavoro».
Circa metà degli intervistati afferma di accettare passivamente gli aspetti più negativi del lavoro (così risulta alto il turn-over in questo ambito anche perché l’elevata offerta occupazionale in questo campo presente in provincia eleva la predisposizione al cambiamento di posto), anche se è buona la percezione della necessità rispetto alla presenza del sindacato: «Ciò anche se risulta difficile fare sindacato in questo settore – ricorda Rota -. Anche perché alcune aziende fanno fatica a intrattenere costruttivi rapporti con il sindacato».
E il futuro? Tra luci ed ombre, addirittura il 35% degli intervistati pensa di proseguire «per sempre» in questo ambito.


P. P.