Sorpresa: niente Repubblica al gala del figlioccio

18/04/2007
    mercoledì 18 aprile 2007

    Prima Pagina

    SCIOPERO IL QUOTIDIANO DI DE BENEDETTI MANCA LA SETTIMANA DEI CONGRESSI

      Sorpresa: niente Repubblica al gala del figlioccio

        Tutti i malumori della redazione, voci su unapossibile vendita, il processo pubblico alla tessera numero uno del Pd

        di Fabrizio D’Esposito

          La battuta più efficace arriva mentre sta parlando Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti. Serventi Longhi sta rivolgendo un appello ai leader politici amici della tessera numero uno del futuro Partito democratico. In pratica un messaggio diretto a Walter Veltroni e Francesco Rutelli: «Perché non chiedono a Carlo De Benedetti e a suo figlio Rodolfo se la situazione di Repubblica e dell’intero gruppo Espresso non vìola e mortifica il manifesto del Pd laddove parla di democrazia nei luoghi di lavoro, corrette relazioni sindacali e partecipazione attiva dei lavoratori?». A quel punto dal fondo della saletta si alza una voce che corregge il segretario della Fnsi: «Perché invece non gli chiedono di restituire la tessera numero uno?». Piano meno uno della sede di Repubblica al civico novanta di via Cristoforo Colombo. Il comitato di redazione del quotidiano di Ezio Mauro ha convocato una conferenza stampa per spiegare le ragioni dello sciopero di sette giorni indetto lunedì scorso. E cioè la decisione della proprietà, il gruppo editoriale L’Espresso spa presieduto dall’Ingegnere, di non concedere sostituzioni per malattie lunghe (infortuni, tumori e maternità a rischio).

          Al di là però del motivo specifico, così come già accaduto a dicembre quando dalle tredicesime furono decurtati i giorni di sciopero per il contratto nazionale, la protesta del principale giornale-partito italiano assume una forte valenza politica. Primo perché lo sciopero cade in un grande momento di svolta segnato dai congressi di Ds e Margherita che sanciranno la nascita del Pd, di cui il quotidiano di via Cristoforo Colombo può considerarsi il padre putativo. Poi perché lo scontro tra l’azienda della tessera numero uno del Pd e le redazioni del suo gruppo (in difficoltà non ci sono solo i giornalisti di Repubblica) è ormai così forte e visibile da essere diventato un caso imbarazzante e delicato per i vertici di Quercia e Margherita.

          Come riassume bene un autorevole deputato ds: «In questo scontro noi stiamo dalla parte dei giornalisti, ma il problema è che non si può parlare male di De Benedetti. Guai a farlo. Chi di noi si è esposto in tal senso si è preso una bella ramanzina da Fassino». Dice, invece, a microfoni aperti, Roberto Cuillo, responsabile informazione dei Ds e fedelissimo del segretario: «Noi abbiamo solidarizzato più volte con la redazione di Repubblica, dove da tempo è in corso una vertenza aspra e lunga con l’editore. Ma lo sciopero durante i due congressi rischia di fare male più a noi che a De Benedetti». Sulla stessa linea anche il rutelliano Renzo Lusetti, omologo di Cuillo nella Margherita: «Questo sciopero ci mette in seria difficoltà nel corso di un passaggio epocale, storico. Ai giornalisti, cui pure abbiamo manifestato la nostra solidarietà, chiediamo di differire lo sciopero». Ma difficilmente la richiesta dei due partiti fondatori della nuova creatura politica sarà accolta dall’assemblea dei redattori del quotidiano di Mauro. Ieri, infatti, durante la conferenza stampa i giornalisti di Repubblica non solo hanno confermato l’intenzione di non mollare («Non cederemo mai sulla dignità del nostro lavoro») ma per la prima volta hanno anche steso sotto gli occhi di tutti i panni sporchi di famiglia. In questo senso, l’intervento più appassionato e chiaro è stato quello di Mauro Piccoli, uno dei veterani del giornale.

          Piccoli ha rivolto a Carlo De Benedetti tre domande devastanti. La prima sulle voci che riferiscono di un scontro violento tra l’Ingegnere e suo figlio Rodolfo, supportato dall’amministratore delegato Marco Benedetto, intorno alle strategie editoriali della famiglia. In pratica l’asse RDB-Benedetto vorrebbe tagliare e vendere per concentrarsi su altri interessi (Alitalia, energia elettrica, autostrade). Ecco quindi Piccoli: «Questo giornale, negli ultimi due anni, è tornato in testa alle classifiche di vendita, superando il Corriere della Sera, e vanta un bilancio ampiamente in attivo. Tutto ciò è stato raggiunto da questa direzione e da questa redazione. E allora mi chiedo se sia giusto tenere così a stecchetto la redazione. O forse dobbiamo ritenere vero quello che si sussurra nei corridoi e cioè che c’è un contrasto nella famiglia De Benedetti dove c’è chi il giornale lo vuole vendere?». La seconda questione è molto scivolosa, perché riguarda il rifiuto della proprietà di aderire alla sottoscrizione lanciata da Mauro a favore delle famiglie dell’autista e dell’interprete afghani di Daniele Mastrogiacomo, uccisi dai talebani durante e dopo il sequestro dell’inviato di Repubblica: «Per la sottoscrizione l’azienda non ha messo una lira. A precisa richiesta ha detto no, ufficialmente per tutelare i giornalisti da possibili ritorsioni. Mi chiedo se dietro non ci sia dell’altro come la sconfessione della linea tenuta da Ezio Mauro nella vicenda Mastrogiacomo. Forse l’azienda vuole abbreviargli la proroga del mandato di cinque anni, visto che Mauro non è un direttore da tagli e da multimedialità selvaggia?». Infine una richiesta esplicita di dimissioni al falco Benedetto, l’ad del gruppo: «Quando a dicembre facemmo due giorni di sciopero contro i tagli alle tredicesime, vincemmo poi la battaglia e in quell’occasione si vociferò di una minaccia di dimissioni da parte dell’amministratore delegato. E, chiedo, se viene sconfessato ancora una volta, non riterrà opportuno doversi dimettere?».

          Insomma, un clima da guerra, in cui il direttore Mauro, dicono anonimamente alcuni giornalisti, sarebbe schierato con la redazione (ma dall’azienda fanno sapere in maniera ufficiosa che il direttore è «allineato perfettamente») e il fondatore Scalfari con la proprietà. Come che sia, la tribù di Repubblica non seguirà i due congressi storici di Ds e Margherita. Meglio, una pattuglia di cronisti sarà presente. Ma per chiedere ai vertici del futuro Pd se il loro editore è degno della tessera numero uno, non per scrivere.