Sono trentuno, fiommini e riformisti, e votano sì

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

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    Welfare - Tra i metalmeccanici della Cgil che non stanno con Rinaldini

      Sono trentuno, fiommini e riformisti, e votano sì

        Per il segretario nazionale Durante «il compito del sindacato è contrattare, non porsi nell’ottica antagonista»

          31 voti in comitato centrale contro i 125 della maggioranza. Quasi non se ne parla, ma ci sono anche loro, i riformisti della Fiom, quelli che non sono d’accordo né sulla posizione assunta dalla loro organizzazione sul Protocollo né, più in generale, sulla linea politica, convinti, come dicono loro, che la Fiom stia diventando, più che un sindacato, una sorta di «base rossa» della sinistra radicale. Certo, la Fiom è da un pezzo il sindacato per antonomasia "più a sinistra". Ma loro rivendicano l’attualità di una soria antica: in fondo, nel 1901, la Fiom nacque come sindacato riformista. E rimarcano questo tratto distintivo – che pure nel tempo ha subito tanti cambiamenti e tante evoluzioni – per tracciare una linea di confine con la maggioranza della Fiom su almeno tre temi. Il primo: l’autonomia dalla politica. Il secondo: l’unità sindacale. Il terzo: il ruolo contrattuale del sindacato.

          La mappatura della Fiom, che resta, e non solo simbolicamente, un pezzo importante della sinistra sociale e politica italiana, contraddice non pochi luoghi comuni: forte nella media impresa più che nella grande e nella piccola; radicata nei settori metalmeccanici più qualificati, dall’infornatica all’elettronica all’aerospaziale. Ed è proprio in questi settori che la componente riformista (forte del venti per cento dei consensi nell’organizzazione) è più forte.

          Sostiene Fausto Durante, segretario nazionale, annunciando battaglia sul Protocollo: «La nostra campagna partirà già domani. E il nostro slogan sarà "Sono della Fiom e voto sì". Certo, abbiamo perso nel comitato centrale, ma andremo nei luoghi di lavoro a sostenere l’accordo». Il dissenso di Durante e compagni viene da lontano: «Si è smarrito negli ultimi anni il punto di vista proprio di un’organizzazione sindacale. E i rapporti con la Cgil, già prima del voto sul Protocollo, hanno preso una china tale che è ormai difficile tenere assieme la Fiom e la Confederazione». E sull’unità sindacale, di cui in tempi lontani i metalmeccanici furono l’ala marciante, Durante rileva: «Oggi ci sono èiù posibilità di lavorare assieme agli altri sindacati di qualche anno fa. Sottovalutare che il Protocollo è l’unico gande accordo confederale firmato negli ultimi anni è miopia e avventurismo». Ma è sulla concezione stessa di quale debba essere il mestiere del sindacato che le distanze sono più marcate: «Il compito del sindacato è contrattare, contrattare e poi ancora contrattare. È sbagliato porsi nell’otticadel puro antagonismo. Bisogna mettersi in testa che i lavoratori stanno meglio se il paese cresce e le imprese producono». Si capisce bene, perché quelli della componenete riformista, Durante in testa, bollino come «declamatorie e sterili» le posizioni, molto più politiche che sindacali, assunte dalla Fiom negli ultimi tempi, le manifestazioni con i no global e icortei con i Cobas: «La Fiom declama molto, ma non traduce le sue posizioni in contratti, in risultati concreti e tangibili. È come se, per fare politica, fossero diminuiti l’interesse per i processi industriali e l’attenzione per i lavoratori in carne ed ossa».

          I 31 riformisti del comitato centrale della Fiom, sono convinti chem sui posti di lavoro, l’esito del voto nel parlamentino dell’organizzazione possa essere rivesciato. Paolo Boetto, della Piaggio Aero Industries di Savona, non usa mezzi termini: «Bisogna salvare l’autonomia della Fiom, serve laicità nell’approccio. Il comitato centrale è una cosa, la fabbrica un’altra. Nei luoghi di lavoro siamo più rappresentativi noi». EPiero Vargiu, segretario generale della Fiom di Cagliari: «Sembra che ormai la Fiom si muova su un binario precostituito, e questo proprio non aiuta. A Cagliari si sono dimessi diversi quadri del sindacato, che nella linea della Fiom non si riconoscono più. Venerdì faremo il nostro comitato direttivo e prenderemo la decisione di sostenere il Protocollo».

          C’è anche chi, come Giorgio Orazi, segretario generale Fiom Pesaro-Uebino, non nega le differenze, ma prova pure a gettare acqua sul fuoco: «Noi riformisti sosterremo il sì al Protocollo, ma io non drammatisserei lo scontro. In fondo, noi, abbiamo visto il bicchieree mezzo pieno, Rinaldini mezzo vuoto, tutto qui. E lostesso Rinaldini, nelle conclusioni, ha detto che i dirigenti della Fiom andranno nelle assemblee a presentare l’accordo a nome di Cgil, Cisl e Uil, come è nelle regole del sindacato». Ma tra i riformisti sembra prevalere chi la mette giù dura. Come Elena Lattuada, segretaria generale Fiom Brianza, che sottolinea il significato tutto politico del voto in comitato centrale: «Un conto è la discussione sulla linea, un conto è votare contro un accordo sottoscritto: un gesto dirompente, la prova di qualcosa di simili a una mutazione genetica. Il gesto è dirompente e mostra una lenta mutazione genetica. la Fiom rischia di diventare una sorta di movimento parapolitico vicino a Rifondazione».