Sono le vecchie Br che tornano a colpire – di G.D’Avanzo

03/03/2003

 
LUNEDÌ, 03 MARZO 2003
 
Pagina 1 e 18 – Commenti
 
 
Sono le vecchie Br che tornano a colpire
 
 
 
Dietro gli ultimi delitti i nomi di sempre: latitanti, irreperibili e irriducibili
Gli avvenimenti di ieri confermano un´ipotesi già affacciata dopo la morte di D´Antona
 
 
 
 
GIUSEPPE D´AVANZO

        DA NOVE mesi, la scena era sempre quella, poliziotti o carabinieri che fossero gli interlocutori. Gli investigatori, che lavoravano sugli omicidi di Massimo D´Antona e Marco Biagi, erano delusi. Non riuscivano a cavare un ragno dal buco. Di tanto in tanto, un passo in avanti, una certezza in più sul «contesto», ma indizi e fonti di prova manco a parlarne. Così, alla fine, dopo aver fatto l´elenco degli ultimi risultati delle inchieste, quegli uomini cedevano a una cinica sincerità: «… purtroppo, soltanto un´altra azione, un altro attentato, un´altra vittima ci farà capire qual è il nemico che abbiamo di fronte e dove dobbiamo cercarlo».
        Purtroppo quel morto ora c´è stato. Era uno di loro, un poliziotto. Si chiamava Emanuele Petri, aveva 48 anni, una moglie e un figlio. È stato ucciso a freddo, come in un´esecuzione, sul treno interregionale Roma-Firenze da due assassini dei Nuclei combattenti comunisti (Ncc), Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. La premonizione degli investigatori era esatta, purtroppo. Con il sacrificio di Emanuele Petri cade il velo sul ritorno delle Brigate Rosse. Che non sono «nuove». Che non sono «altre». Sono le vecchie Brigate Rosse. È il passato che afferra il presente. C´è chi lo ha sostenuto fin dalla morte di Massimo D´Antona e ha continuato a sostenerlo dopo l´assassinio di Marco Biagi. Ma le prove e i nomi? Dov´erano le prove e i nomi? Ogni passo nella direzione del «passato che ritorna» si era rivelato una catastrofe processuale. L´ultimo a entrare e a uscire dall´indagine in un battibaleno è stato Michele Pegna, un ex soldato di Prima Linea. Come prima di lui, Alessandro Geri, arrestato con l´accusa di essere il «telefonista» della morte di D´Antona e scarcerato dopo undici giorni. Come Giorgio Panizzari, un vecchio brigatista diventato rapinatore. Come il gruppo di «Iniziativa comunista» di Norberto Natali e Barbara Battista.
        Al fondo di queste ipotesi c´era sempre la convinzione – una volta tanto condivisa da carabinieri e polizia e da qualche pubblico ministero – che le nuove Brigate Rosse non fossero altro che i vecchi Nuclei comunisti combattenti. Ma le prove? Gli investigatori le hanno cercate «sul terreno», come si dice. Lavorando ai delitti politici come fossero delitti comuni. Scena del delitto. Testimoni. Pistola, proiettili e ogive. Coltivando l´idea che creasse soltanto confusione sovrapporre al presente il passato; agli assassini, alle rivendicazioni e agli obiettivi di oggi, assassini, rivendicazioni e obiettivi di ieri.
        Lo spirito era di chi vuole ricominciare a lavorare sul terrorismo con la mente libera da pregiudizi, come se si trattasse di un fenomeno nuovo. A fronte del lavoro indefesso dei «mobilieri» (come appunto chiamavano gli investigatori di strada della «squadra mobile»), i risultati di questo metodo sono stati modesti. Sono così tornati a farsi sotto gli «analisti», le teste pensanti. Con un discorso semplice semplice: «Dobbiamo cercare i latitanti o meglio gli "irreperibili", tutti quelli che pur non avendo nulla da temere dalla giustizia – non un ordine di cattura, non una pena da scontare – non hanno un domicilio, un lavoro, un indirizzo e si nascondono, sono introvabili. Perché? Cominciamo a farcelo spiegare…». Con questa idea, la rosa dei sospettabili ritorna a stringersi a un pugno di nomi, non più di quattordici più o meno, e a una sigla «Nuclei comunisti combattenti».
        L´assassinio di Emanuele Petri conferma ora con i colori del dramma quell´idea già affacciata all´indomani della morte di Massimo D´Antona. Le nuove Brigate rosse sono vecchie. È la stessa organizzazione che uccise il sindaco di Firenze Lando Conti e il senatore Ruffilli. È la stessa organizzazione che, schiacciata militarmente, decise nel 1989 la «ritirata strategica» senza mai abbandonare il delirio della lotta armata, prigioniera di un incubo che uccide innocenti. Anzi, preparando un ritorno all´azione lentamente nel 1992 con un attentato alla Confindustria e, nel 1994, con un assalto al Nato Defence College, fino all´agguato a Massimo D´Antona (1999) e a Marco Biagi (2002). Dietro questo progetto i nomi di sempre, separati in tre tronconi in una ordinanza del giudice romano Maria Teresa Covatta di qualche mese fa. Gli irriducibili, gli irreperibili, i latitanti. Gli irriducibili sono quattro e sono in carcere. Michele Mazzei, Francesco Donati, Franco Galloni, Antonino Fosso «sono stati interpellati dai cosiddetti raccordi esterni per avallare l´iniziativa combattente e le motivazioni ideologiche che la dovevano sorreggere e giustificare». Gli irreperibili, i «raccordi esterni», sono due e sono Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, gli assassini di Emanuele Petri. Il nucleo centrale degli Ncc è in fuga e all´estero, protetto in Francia. Simonetta Giorgieri, Tammaro dell´Omo, Giulio Minnone, «probabilmente Giuliano De Roma, latitante dal 1996».
        Tutto qui, allora? Tutto qui. Questo appare oggi il terrorismo del nostro Paese. Dodici, quattordici disperati in armi. È la loro debolezza e la loro forza essere solo una pattuglia. Ora che l´obiettivo è circoscritto, lo si potrà finalmente colpire definitivamente e riflettere sugli errori che tutti in questi anni hanno commesso. La magistratura innanzi tutto. Procure gelose. Al di là delle loro competenze determinate a tenersi ben strette un´inchiesta o pezzi d´inchiesta che sarebbero stati utili ad altre. Per dirla più chiara, perché la procura di Bologna continua a indagare sulla morte di Biagi, se è sufficientemente certo che il gruppo di fuoco sia lo stesso che ha spento la vita di Massimo D´Antona a Roma? Le rivalità tra le polizie. Storia vecchia e attualissima. In questa indagine, soprattutto negli anni scorsi, ognuno ha dato il peggio di sé nascondendo risultati investigativi che da soli non valevano granché, ma che insieme ad altri potevano far fare un bel pezzo di strada all´indagine. Non serve comunque a nulla rinfocolare oggi le polemiche. Perché ha ragione Giuseppe Pisanu, il ministro dell´Interno: questo risultato non è il frutto di un caso, ma l´esito di uno sforzo paziente che alla fine ha trovato da parte di magistrati, polizia, carabinieri una comune consapevolezza e un approdo importante con l´eroismo di un poliziotto impegnato in quell´ordinario (e decisivo) lavoro di controllo del territorio. L´arresto di Lioce e l´individuazione del piccolo gruppo dei Ncc non deve però distrarre da quel che, da domani, sarà il cuore delle nuove investigazioni. Chi sono e dove sono gli informatori e gli strateghi di questo gruppo di disperati? Se le Brigate rosse non sono nuove, ma vecchie, chi fornisce loro gli elementi di analisi non grossolane raccolte, ad esempio, nella rivendicazione dell´assassinio di Marco Biagi? La mano che scrisse le prime cinque pagine di quel documento era palesemente diversa da quella che redasse i paragrafi del «contesto internazionale» o delle radici o del futuro del «processo rivoluzionario», indigeribile impasto linguistico e ideologico degno delle prime Br. È una mano che apparve più moderna, addirittura pragmatica sullo sfondo del delirio ideologico, capace di cogliere con raffinatezza politica, sconosciuta alla cultura delle vecchie Br, le differenze. Per l´opinione pubblica, ad esempio, il «Patto di Natale» del 1999, votato dal Parlamento, fu uno dei momenti più efficaci della concertazione. Soltanto un raffinato osservatore, se non un addetto, poteva essere capace di comprendere che con quel «Patto» ebbe inizio la crisi della concertazione. «Chi lo ha scritto – osservò l´ex ministro del Lavoro Treu – sa che cosa dice, è uno che se ne intende…». Desdemona Lioce, i suoi complici in carcere o all´estero, sono capaci di questa sapienza?