Sono in nero due lavoratori su dieci

02/12/2003



MARTEDÌ 2 DICEMBRE 2003

 
 
Pagina 30 – Economia
 
 
Rapporto del sindacato che propone anche un bonus di 1.500 euro in tre anni per le aziende
Sono in nero due lavoratori su dieci
Cgil: fondo nazionale anti-sommerso
          Al Sud la percentuale di lavoro irregolare raggiunge quota 36,7 per cento
          LUISA GRION


          ROMA – Due dipendenti su dieci lavorano in nero: sono pagati meno del dovuto, non maturano diritti alla pensione, non godono delle condizioni minime di sicurezza, non possono appellarsi a nessun contratto o orario da rispettare. Per la legge praticamente non esistono. Un popolo d´invisibili che invece di ridursi aumenta e che vede allontanarsi sempre più il miraggio di un ritorno alla «regola». A denunciare l´emergenza, proponendo una rosa di rimedi, è la Cgil che – aggiornando le stime sul sommerso fornite dall´Istat – calcola come in Italia nel 2003, vi siano 6 milioni e 152 mila posti di lavoro in nero, il 19,7 per cento del totale. Il 36,7 degli irregolari si concentra al Sud, ma la questione non è solo confinata nel Mezzogiorno visto che anche l´ industrializzato Nord-Ovest ospita una quota del 20,1 per cento (24,3 nel Centro; 18,9 nel Nord-est).
          Nell´Italia del lavoro illegale, fa notare la Cgil, peccano soprattutto i servizi. Nel terziario si concentra il 74,6 per cento del lavoro nero: commercio e alberghi, trasporti e officine, ma anche attività immobiliari, intermediazioni finanziarie o servizi alle imprese. L´agricoltura copre il 31,4 per cento del sommerso, l´edilizia il 15,6 l´industria in senso stretto il 5,9. Questo senza contare i 516 mila lavoratori extracomunitari che, senza alcune diritto o tutela, fanno le raccolte stagionali nei campi o forniscono la manodopera ai cantieri. Di fatto, stima il sindacato, il sommerso economico rappresenta tra il 15,6 e il 17,1 per cento del Pil per un valore di circa 162 miliardi di euro. Una ricchezza sulla quale non si versano né tasse, né contributi.
          Che fare? Prima di tutto, dice la Cgil, invertire la rotta. «I limiti della politica elaborata dal governo nel contrasto all´economia sommersa sono enormi» tant´è che la legge che doveva favorire la riemersione dal nero (la 383 del 2001) ha portato alla regolarità solo 4000 lavoratori su una base che – secondo l´Istat – era di oltre 3 milioni e mezzo di irregolari. Non solo: secondo il sindacato «siamo davanti ad un vera e proprio sostegno all´illegalità e ai comportamenti più distorti di una parte della classe imprenditoriale del paese». La Cgil mette sul piatto una serie di proposte che vanno dall´istituzione di un Fondo ad hoc alla creazione di piani locali, dalla responsabilità in solido nel franchising a norme più stringenti per l´edilizia.
          Per quanto riguarda il Fondo per l´emersione l´idea è quella di partire proprio dal condono fiscale ed edilizio varato dal governo Berlusconi: la Cgil vorrebbe che il 30 per cento di quelle entrate straordinarie (pari a 2550 milioni di euro circa) fossero dedicate alle aziende che emergono e che vogliono restare nella regolarità. Il 50 per cento delle nuove entrate fiscali garantite da tali emersioni dovrebbero essere reinvestite nel Fondo stesso. La creazione di piani locali favorirebbe invece interventi più mirati sul territorio: i progetti, finanziati dal Fondo, dovrebbe individuare le imprese disposte all´emersione e garantire un bonus di 1500 euro l´anno, per tre anni, per ogni lavoratore emerso (a condizione che la riemersione sia a tempo indeterminato); la fiscalizzazione per tre anni fino al 50 per cento sia della base Irap che dei contributi dovuti per salari sotto la soglia dei 20 mila euro. Per contrastare la forte presenza di «nero» nei servizi Cgil propone inoltre la responsabilità in solido nel franchising: l´azienda che «presta» marchio e negozio al suo affiliato deve impegnarsi con lui nel rispetto della legge e dei contratti prevedendo sanzioni. Quanto all´edilizia, settore tradizionalmente a rischio illegalità, una delle iniziative suggerite è quella di mettere un tetto del 30 per cento ai subappalti.