Sono i cloni del Cinese a guidare Cgil

23/01/2003
il Riformista
 

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23 Gennaio 2003
QUOTIDIANO DI ANALISI E OPINIONI
direttore Antonio Polito
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SINDACATO 1. CONVERSAZIONE CON ALDO AMORETTI,
PRESIDENTE DELL’INCA
Sono i cloni del Cinese a guidare Cgil

«I grandi uomini fanno grandi errori»
Epifani non può cambiare linea perché ha condiviso la scelta
della battaglia politica

Aldo Amoretti è un dirigente di lungo corso della Cgil. E’ stato il segretario
generale dei tessili (la Filtea) quando nella confederazione rossa operavano
le "componenti" di origine partitica (comunista, socialista e la radicaleggiante
"terza componente").
Per quasi un decennio, dal ’91 al ’99, ha guidato la Filcams (la federazione
del commercio). Sono gli anni dello scioglimento delle componenti e
dell’approdo alla logica di maggioranze (Trentin-Del Turco) e minoranza
(Bertinotti) nel governo della confederazione. Ma anche quelli dell’invasiva
concertazione sociale con i governi del centro sinistra. Anni che cambiano
profondamente la Cgil. Nel ’99, Amoretti va in Sicilia a guidare il regionale
della Cgil per tornare a Roma nell’ottobre scorso, nominato presidente
dell’Inca, il patronato dalla confederazione. E questa Cgil, al "migliorista" ,
e poi fassiniano, Amoretti non piace. Avverte il pericolo di una
inopportuna azione politico-partitica.
Che può illudere qualcuno sulla forza propulsiva del sindacato ma che
presto si dimostrerà vacua e negativa. Il sindacato – si sa – serve ad altro.
Il punto di partenza di una conversazione sulla Cgil, quella del recente

passato e quella del futuro, non può che essere Sergio Cofferati, l’uomo
che ha segnato, nel bene e nel male, l’ultimo decennio del sindacalismo
italiano. «Anche i grandi uomini – dice Amoretti – commettono degli
errori, e quando un grande uomo commette un errore, quello è un
grande errore. L’errore è stato quello di schierare l’organizzazione in
una battaglia di partito.
Né si può pensare di poterla mascherare sostenendo che fosse una
legittima scelta personale. Nei fatti si è schierata l’organizzazione, si
sono mobilitati i quadri.
Non era mai accaduto. Questo ha cambiato la natura del sindacato
che si è trasformato in strumento di una missione non sua.
Immaginiamo i risultati che si sarebbero ottenuti se quelle risorse
fossero state usate nella lotta al sommerso!».
Proviamo a chiedere perché tutta la Cgil, capace come pochi a sottili

distinzioni finanche filologiche, abbia condiviso questa mutagenesi;
perché nessuno abbia lanciato l’allarme.
Sempre che ve ne fosse l’esigenza. «E’ prevalsa l’idea che fosse una
partita da giocare. Senza sottovalutare l’istinto conformista che c’è in
tutte le organizzazioni, e in tutti gli uomini. Una sorta di spinta alla
fedeltà. D’altra parte – insiste – si è assistito ad una specie di inibizione
del dissenso: ancora oggi le discussioni all’interno del Comitato
direttivo si svolgono su decisioni già annunciate (come quella relativa
al prossimo sciopero dell’industria) e le opinioni diverse
rischiano, per questa via, di apparire poco incisive nella lotta contro
il nemico».
Gli effetti di tutto ciò sono: «Ulivo, sindacato e partito divisi».
Era ingenuo – «forse addirittura offensivo» – pensare che il passaggio

delle consegne tra Cofferati ed Epifani potesse condurre ad un
cambio di linea.
Lo spiega bene Amoretti: «Chi oggi è al vertice della Cgil, era
insieme a Cofferati a compiere quelle scelte. Chi pensava che Epifani,
sulla base della sua formazione, potesse interrompere quel percorso,
non ha tenuto conto che l’attuale segretario della Cgil ha pienamente
condiviso, e non per opportunismo, la linea-Cofferati.
L’attuale segreteria confederale è composta da "cloni" di Cofferati.
Gli unici dissenzienti, sul referendum e poco altro, sono Gian Paolo
Patta e Paola Agnello Modica». In questo quadro, Amoretti individua
una possibile via «per levare la Cgil dalla battaglia politica»:
valorizzare l’azione, unitaria e sindacale, che, a parte la Fiom, stanno
compiendo le categorie». Da qui si deve ripartire.


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