“Sondaggio” Gli italiani e il governo fragile (R.Mannheimer)

28/02/2007
    mercoledì 28 febbraio 2007

    Pagina 8 – Primo Piano

      IL SONDAGGIO

      Gli italiani e il governo fragile
      Per il 40% durerà qualche mese

        di Renato Mannheimer

          Giudizi negativi sul passaggio di Follini, ma per gli elettori dell’Unione era necessario

          La crisi di governo continua a rimanere al centro dell’attenzione degli italiani. Addirittura nove cittadini su dieci si dichiarano al corrente degli eventi di questi giorni e la gran parte di costoro (60%, con un’accentuazione tra chi è politicamente orientato verso il centrosinistra) afferma di esserlo piuttosto «bene». Anche per questo, diversamente da quanto accade di solito per le opinioni sugli eventi politici, la grande maggioranza si sente in grado di esprimere un parere sugli avvenimenti più recenti.

          Per quanto concerne, ad esempio, la decisione di Marco Follini di pronunciarsi a favore del governo in occasione del voto di fiducia, il giudizio risulta articolato e solo apparentemente contraddittorio. Da un verso prevale, seppure in misura non eccessiva, un atteggiamento critico verso il comportamento preannunciato dal leader: il 56% interpreta in maniera alquanto rigida il vincolo del mandato parlamentare e ritiene che «un eletto deve comunque rimanere nella coalizione nella quale è stato votato». Opinioni siffatte si riscontrano in misura ovviamente maggiore all’interno dell’elettorato del centrodestra, ma risultano assai diffuse anche nel centrosinistra. È vero infatti che la maggioranza (57%) degli elettori dei partiti di governo approva la decisione di Follini: ma anche qui i critici costituiscono quasi la metà (40%). Ma d’altro canto, mettendosi dal punto di vista del governo, gran parte dei cittadini ritiene che l’apertura a Follini costituisca per Prodi una scelta «forse non del tutto adeguata, ma necessaria» (e quindi opportuna) o, specie tra chi simpatizza per il centrosinistra, «un’azione positiva per formare un governo più stabile».

          Al di là dell’episodio specifico, resta tuttavia la «viva preoccupazione» per le sorti del Paese, già espressa da due italiani su tre subito dopo l’apertura della crisi. È significativo che questo sentimento si trovi in misura ancora più accentuata tra chi ha più di 45 anni, memore di molte esperienze passate. Il motivo principale della preoccupazione sta nella percezione della grande fragilità del governo in carica, resa ancora più evidente dagli avvenimenti degli ultimi giorni.

          Ciò porta a manifestare previsioni piuttosto pessimistiche sulla possibile durata dell’esecutivo guidato da Prodi, anche nel caso che esso riesca a ottenere la fiducia in Parlamento.

          La maggioranza relativa (40%) ritiene che il governo non possa durare più di qualche mese. Anche in questo caso, si tratta di un’opinione assai più diffusa tra i simpatizzanti del centrodestra, ma presente in buona misura (13%) anche tra l’elettorato del centrosinistra e tra chi è indeciso su cosa votare. Persino tra quanti ribadiscono oggi la propria intenzione di voto per i partiti della maggioranza, solo poco più di un terzo ritiene che Prodi riesca a restare in carica per tutta la legislatura.

          Questa incertezza provoca un forte contrasto di opinioni sul da farsi. Poco meno della metà, il 40%, è del parere che Prodi debba continuare a governare il Paese. Ma più di un italiano su tre auspica nuove elezioni e più di uno su cinque chiede la formazione di un «governo tecnico». Ancora una volta, è vero che queste opinioni si trovano perlopiù nell’elettorato del centrodestra, ove solo il 6% dichiara di desiderare la prosecuzione del governo Prodi. Ma financo tra chi dichiara di votare per una forza del centrosinistra, quasi il 25% non auspica la prosecuzione dell’esperienza attuale e si ripartisce tra le diverse altre possibili soluzioni. Un’opinione, questa, condivisa da oltre il 60% degli indecisi.

          Nell’insieme, questi dati mostrano come nell’opinione pubblica si accentuino oggi preoccupazione, incertezza, pessimismo sul futuro della conduzione politica del Paese. Ciò che finisce col favorire il diffondersi della sensazione che esista una frattura tra il mondo della politica e quello della società civile, del lavoro e della produzione. A quest’ultimo viene attribuito il merito della ripresa economica in corso, della capacità di innovarsi e di far crescere il Paese. Mentre la politica, a destra, come a sinistra, viene sempre più accusata di esercitare, salvo rare eccezioni, un ruolo frenante, di essere autoriferita, incapace di produrre risultati utili. È, lo sappiamo, un atteggiamento di carattere qualunquistico: proprio per questo, però, la sua espansione non dovrebbe essere sottovalutata.