Sommerso, molto rumore per nulla

05/12/2003

ItaliaOggi (Focus)
Numero
288, pag. 4 del 5/12/2003
di Daniele Cirioli


Da uno studio Svimez sul lavoro nero risulta che le politiche sono inadeguate e le statistiche fasulle.

Sommerso, molto rumore per nulla

Le misure attuate nell’ultimo decennio non hanno funzionato

Tutto da rifare su lavoro nero; le statistiche sul sommerso sono fasulle e inefficaci sono state le politiche d’emersione. I dati provengono dalla ricerca Svimez sul sommerso che mette in luce gli aspetti controversi delle politiche d’emersione del sommerso praticate in Italia nell’ultimo decennio. Di queste, ha funzionato il riallineamento retributivo (sanatoria praticata fino al 2001) interessando oltre 200 mila lavoratori. Ma con il risultato paradossale di contribuire alla regolarizzazione delle realtà grigie piuttosto che all’emersione di lavoratori in nero: alle imprese non spaventa di vivere in sommerso ma vedono rischiosa, qualificandola come auto-denuncia, ogni forma di regolarizzazione.

Statistiche da rifare

Il fenomeno del lavoro nero non si può misurare; può essere percepito, ma non riassunto in una cifra statistica. La tesi sorprende, perché contrasta le attuali regole informative del fenomeno: si parla periodicamente, infatti, del tasso di lavoro nero, in salita o discesa, a livello nazionale (l’ultimo dato depone per un 15%, con il picco del 23% nel Mezzogiorno e il 12% del Centronord). La nuova teoria, che scompone la pratica statistica del fenomeno, si basa sull’assunto che la realtà del lavoro irregolare non può essere scissa da quella del lavoro regolare. In altre parole, tende ad analizzare il fenomeno nella realtà economica evidente, senza considerare (come finora fatto) l’esistenza dei due mondi (o delle due economie): il primo in cui si svolge il lavoro regolare e il secondo in cui opera il sommerso. Le irregolarità sono diffuse nell’economia reale e sono da porre in relazione a due circostanze: a) le esigenze pratiche delle imprese di disporre di lavoro, subito e solo sino a quando serve; in tal caso, il fenomeno del sommerso è da attribuire all’onere degli adempimenti burocratici; b) i fattori di convenienza, per il datore di lavoro, a volte convergenti con quelli dei lavoratori, che si dimostrano consenzienti, conniventi o impossibilitati a rivendicare i propri diritti.

Così individuate, queste forme di irregolarità conducono all’ulteriore risultato che gli indicatori del fenomeno non corrispondono alle reali situazioni occupazionali. Si tratta, in particolare, degli indicatori utilizzati a livello Ue, basati sulle rilevazioni delle forze di lavoro mediante questionari sottoposti a un campione rappresentativo della popolazione residente di oltre 14 anni d’età. Questi indicatori non considerano il lavoro nella sua eterogeneità che implica, invece, che le caratteristiche dell’occupazione (stabile o precaria, soddisfacente o meno ecc.) fanno la differenza, conducendo a ritenere che gli aggregati convenzionali, quali l’occupazione (e relativo tasso statistico) e la disoccupazione (e relativo tasso), non sono pienamente esplicativi della realtà del mercato del lavoro. La tabella in pagina riproduce il percorso di raccordo tra le posizioni lavorative dichiarate dagli intervistati e quelle effettive. A ogni posizione dichiarata, si vede chiaramente, corrisponde sempre una realtà diversa di condizioni effettive di lavoro o di ´non lavoro’; il dato più interessante è che le posizioni irregolari possono far riferimento sia a occupati sia a persone in cerca di occupazione, sia a non forze di lavoro, sia a persone che non vengono rilevate dall’indagine.

Politiche da rifare

Se le statistiche si presentano poco veritiere sul fenomeno, molto meno efficaci risultano essere state le politiche a sostegno dell’emersione dell’occupazione irregolare praticate negli ultimi anni. Per di più, dove hanno funzionato, hanno solo lievemente interessato il fenomeno negli aspetti più critici (il lavoro nero), mentre sono risultate efficaci per le situazioni ´irregolari’ (lavoro grigio). In ogni caso, prevale la supposizione che alle imprese non spaventa il rischio di operare nel sommerso, ma fa paura aderire alle sanatorie, considerate una sorta di auto-denuncia.

La ricerca Svimez pone a confronto le politiche attuate negli anni 90 (fino al 2001), costituite per lo più dalla sanatoria dei piani di riallineamento retributivo, e quelle attuate con il Piano per l’emersione approvato nel 2001, con la legge n. 383/01 (la famosa legge Cento giorni). Nel primo caso, le politiche sono state di tipo diretto, articolate sui due strumenti dei contratti di riallineamento e delle detrazioni fiscali nell’edilizia, e su una serie di strumenti indiretti, quali il prestito d’onore, il credito d’imposta per la nuova occupazione. Il riallineamento ha avuto un effetto certo che è stato quello di contribuire a indebolire le forme di concorrenza sleale; mentre le detrazioni fiscali, piuttosto che riguardare il fenomeno del sommerso, hanno contribuito a un rilancio dell’economia.

Lo strumento del riallineamento, in particolare, ha sortito buoni effetti sulla regolarizzazione delle posizioni di lavoratori, coinvolgendo oltre 200 mila soggetti (quasi 10 mila occupati nell’industria, interamente riconducibili ai settori abbigliamento/calzature; 3 mila nei servizi; oltre 200 mila nel settore agricolo). Ma, stando a elaborazioni di fonte sindacale, le tipologie di irregolarità sanate hanno riguardato solo una ridottissima percentuale di casi di lavoro e di imprese totalmente sommersi, ossia di puro lavoro nero. Pertanto, è stato uno strumento che ha funzionato prevalentemente sulle realtà ´grigie’, ossia di imprese conosciute al fisco che hanno utilizzato il lavoro irregolare in termini di parziale evasione di obblighi retributivi/contributivi e di tutele previste da leggi e contratti.

Le politiche di lotta al sommerso contenute nel nuovo Piano di emersione (legge n. 383/01) hanno prevalentemente previsto incentivi alle imprese di natura fiscale e contributiva, ma non retributiva, e di sanatoria d’irregolarità aggiuntive quali quelle ambientali, urbanistiche e in materia di sicurezza e salute del lavoro. Il bilancio dell’operazione è stato deludente, rispetto ai risultati preventivati. Pur se deve riconoscersi il merito di aver innescato nell’economia forti tendenze autonome alla riemersione di quote consistenti di lavoro irregolari. In ogni caso, poco significativa in confronto ai dati del fenomeno.