Sommersi e Ingannati – di Vincenzo Visco

22/05/2002

 Il commento
 
     
 



Da l’Unità del 22.05.2002
 

Sommersi e Ingannati
di 
Vincenzo Visco

Quattrocentotrenta regolarizzazioni, a fronte di 3,52 milioni (secondo le stime Svimez) di posizioni lavorative in nero equivalgono all’impresa narrata nella favola di quel tale che voleva svuotare l’oceano servendosi di un secchiello bucato. Il ministro dell’Economia lo sa e non si rassegna: per questo cerca di affermare che le cose non stanno così, che il sommerso emerge anche se non compare nelle statistiche, ma con ciò stesso riconosce a maggior ragione che i provvedimenti adottati dal governo sono un fallimento totale.
Le ragioni di questo fallimento sono diverse, non tutte, probabilmente, imputabili a questo governo, ma fanno comunque capo ad un dato unico: chi ha concepito e varato quei provvedimenti, così come molti fra gli imprenditori che denunciano ad alta voce la piaga del sommerso, hanno del sommerso un’idea che non corrisponde alla realtà, non ne hanno capito né le differenti ragioni, né le multiformi tipologie, né i diversi ruoli economici che il sommerso, di fatto, assolve.
Il sommerso è una forma di massiccia evasione fiscale e contributiva ma anche una realtà multiforme, che spesso permea di sé una porzione rilevante dell’economia emersa.
Una realtà multiforme che rende possibili occasioni di attività produttiva altrimenti impraticabili, che consente, grazie alle sue forniture e prestazioni, di reggere la concorrenza ad aziende del tutto legali, trasparenti e in regola. Giustamente, in un recente articolo, Luciano Gallino ha scritto che in molti casi, se si eliminasse tutto il sommerso che è complementare ad un’impresa perfettamente emersa, "l’impresa stessa chiuderebbe in quarantott’ore".
In questo variegatissimo panorama rientrano situazioni fortemente eterogenee: i cantieri di un’autostrada o un cantiere edile, attraverso i meccanismi del subappalto a cascata possono vedere impiegate contemporaneamente squadre di lavoratori in nero ed altre perfettamente in regola; il vastissimo mondo delle imprese "terziste", cioè quelle che svolgono pezzi di lavorazioni per conto di un’impresa che è il loro unico committente (e dalla quale, quindi, la loro sopravvivenza è totalmente dipendente) è pervaso dal sommerso e i settori vanno dal calzaturiero al tessile, dall’abbigliamento ai guanti, alla pelletteria e sulla loro attività prosperano le più famose griffe del made in Italy; in agricoltura il caporalato fiorisce sul lavoro che viene ufficialmente dichiarato solamente per la parte che dà diritto alle indennità per i lavoratori, e per il resto rimane rigorosamente occultato. Anche le situazioni retributive sono le più diverse: si va dai casi in cui la paga contrattuale viene scritta sulla busta (e quindi non si potrebbe parlare di lavoro nero vero e proprio) ma la paga reale è corrisposta per la metà dell’importo, a casi opposti, in cui la paga, interamente in nero, è corrisposta in misura maggiore – anche molto maggiore – di quella contrattuale. E comunque le situazioni di imprese totalmente occulte sono abbastanza rare e riguardano soprattutto realtà che rilevano principalmente per il dato sociologico, cioè per il contesto in cui nascono e si sviluppano: situazioni familiari e territoriali che non si configurano in maniera tale da permettere una qualsiasi forma di registrazione, che svolgono attività discontinue e nelle quali operano persone di uno stesso gruppo che si alternano secondo le necessità e i percorsi di vita di ciascuno: situazioni, quindi, che nessun incentivo e nessun condono farà mai emergere.

Se questo universo – che fiorisce nel Sud ma che è diffuso anche nel centro e nel nord del Paese – rappresenta, come dicono le stime correnti, il 27% del Pil nazionale, è chiaro che si tratta di un’emergenza, ma è altrettanto chiaro come, per affrontarla, siano necessarie misure diverse secondo i casi e articolate per fronteggiare le diverse componenti da cui esso ha origine.
Le cause del sommerso, infatti, non sono solamente – né, spesso, principalmente – connesse ai costi dell’emersione. Sono piuttosto nel complesso di adempimenti formali, burocratici, fiscali, sindacali a cui l’impresa sommersa tende a sottrarsi o che semplicemente non conosce, ignora e di cui non si preoccupa. Norme di sicurezza e di igiene, tenuta di registri, rispetto dei contratti nazionali in termini di orario e di inquadramento, sono, per quelle imprese, oneri altrettanto – se non più – gravosi degli adempimenti fiscali e contributivi.
Perciò occorrono misure articolate che creino una convenienza all’emersione: politiche fiscali e industriali, ma anche territoriali, ambientali, lavoristiche capaci di rimuovere gli ostacoli, non solo di costi ma anche burocratici e amministrativi, all’emersione e, insieme, rendere l’emersione attrattiva per le possibilità di crescita che essa consente. E’ quanto è stato fatto, ad esempio, nell’esperienza di Tarì, con la creazione di un’area dotata di servizi e infrastrutture mirate nella quale hanno trovato collocazione le piccole imprese orafe del napoletano che prima operavano in condizioni di totale sommerso.
Da questo punto di vista, i discreti risultati che i governi di centrosinistra avevano cominciato a registrare su questo fronte (circa 120.000 posizioni di lavoro emerse tra il ’98 e il 2000) sono verosimilmente dovuti all’automaticità degli incentivi introdotti: al fatto, cioè, che l’emersione di una posizione lavorativa comportava il godimento dell’incentivo fiscale senza bisogno di alcun adempimento, risultando come nuova assunzione che in quanto tale dava diritto al bonus. E siccome quegli incentivi automatici, forse per dimenticanza, non sono stati cancellati dal nuovo governo, forse è probabilmente grazie ad essi che il ministro dell’Economia può registrare ancora dati positivi di emersione avvenuta senza seguire i percorsi dei nuovi provvedimenti.
Ma un altro elemento non va trascurato: in quegli anni, dal ’96 al 2000, gli sforzi compiuti dalle amministrazioni avevano portato alla crescita di una cultura della legalità che aveva cominciato a dare frutti su numerosi versanti. Si stava diffondendo la convinzione di una convenienza ad emergere, accompagnata dal deterrente di una lotta all’evasione condotta con nuovo rigore.
Oggi, anche al di là di azioni specifiche del governo, quel clima è oggettivamente cambiato e si va diffondendo la sensazione di una facoltà di licenza in ogni campo. E le politiche restrittive sull’immigrazione, a loro volta, si risolvono inevitabilmente in un ulteriore incentivo al lavoro clandestino. Se, ad esempio, la proposta Tabacci venisse fatta propria dal governo e venisse concessa la regolarizzazione a tutti gli extracomunitari oggi senza permesso ma impiegati nelle più diverse attività e venisse loro riconosciuta la tutela dell’articolo 18, assisteremmo da un giorno all’altro all’emersione di migliaia di posizioni che non raggiungerebbero i numeri pronosticati dal governo per i provvedimenti già varati, ma sicuramente permetterebbero di mettere all’incasso almeno un risultato positivo.



 
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