Soluzione statale per un Lsu su due

13/09/2002

        13 settembre 2002



        ITALIA-LAVORO
        Soluzione statale per un Lsu su due

        Sono ancora 40mila (concentrati al Sud) gli iscritti alle liste – Nel 2001 impiego per 11mila


        (NOSTRO SERVIZIO)

        ROMA – Lavoratori socialmente utili: un nome, tante identità. Da un’indagine svolta da Italia Lavoro su 10mila Lsu emerge una situazione molto variegata. Dietro quella etichetta si nascondono storie e situazioni profondamente diverse: una varietà che va da condizioni di grave disagio a quelle che sono invece forme di vero e proprio privilegio, di chi cioè rifiuta opportunità di lavoro per mantenere i benefici che la permanenza nella lista degli Lsu assicura. Ma chi sono e dove vivono i 40mila lavoratori che ancora popolano questo bacino che è stato avviato nel ’97 con 120mila iscritti? L’80% si concentra nel Mezzogiorno con, in testa, la Campania (15mila Lsu). Ma numerosi sono anche i lavoratori socialmente utili del Centro-Nord: 19,7% del totale con una concentrazione nelle fasce centrali di età (tra i 25 e i 44 anni) e con un elevato livello di qualificazione. Nella ricerca di Italia Lavoro, poi, si traccia il profilo di due gruppi di provenienza. Il primo (che costituisce il 56% del totale) è formato da lavoratori provenienti da crisi aziendali: alle spalle hanno un percorso caratterizzato da una permanenza di anni nella stessa posizione professionale (con contratto a orario pieno e a tempo indeterminato), cui sono seguiti periodi di cassa integrazione, mobilità e disoccupazione speciale spesso anche ultradecennali con approdo finale ai lavori socialmente utili. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di capifamiglia uomini con più di 40 anni, dalla bassa scolarità e che vivono in nuclei familiari numerosi nei quali l’unico reddito è proprio quello del lavoratore "sociale". La loro disponibilità a un impiego è lo specchio del loro percorso: l’80% sceglie, infatti, un contratto a tempo indeterminato, mentre le modalità contrattuali alternative godono di scarso gradimento, con l’eccezione del part-time a tempo indeterminato tra le donne. L’altra metà (il restante 44%) è rappresentato, invece, da inoccupati o disoccupati di lunga durata: "veterani" del collocamento con alle spalle una serie di lavori precari nell’universo del sommerso, con ruoli di operai generici tra gli uomini e impiegatizi per le donne. Esperienze condotte prevalentemente nell’industria e nell’edilizia ma svolte principalmente in regime di precarietà e irregolarità. Componente maschile e femminile, in questo secondo gruppo, si equivalgono, l’età media è compresa nella fascia dei 30-40 anni, le famiglie di provenienza sono numerose ma con più fonti di reddito, soprattutto nel caso delle lavoratrici. Nel 2001 Italia Lavoro ha "stabilizzato" circa 11mila Lsu: circa la metà (il 48%) è stato impiegato da enti pubblici e amministrazioni locali che già impegnavano i lavoratori. Ma una buona capacità di assorbimento è stata dimostrata anche dal settore privato: il 38% è stato infatti assunto da società e imprese private, mentre per un ulteriore 13% la soluzione è venuta dalla creazione di società miste (partenariato tra Italia Lavoro e amministrazioni locali per l’esternalizzazione di servizi di pubblica utilità). Altri 16mila sono stati impegnati dal ministero della Pubblica istruzione per i servizi di amministrazione, manutenzione e pulizia della rete scolastica. Dietro questi dati, però, si nascondono altre profonde differenze. All’interno del bacino, infatti, convivono persone con situazioni di povertà reale con altre che, potendo contare su redditi irregolari, rifiutano offerte per continuare a recepire il sussidio da Lsu. Una situazione – si sottolinea da Italia Lavoro – che porta a una doppia conseguenza: da una parte si trascurano le posizioni di disagio sociale, dall’altro diventa impossibile lo svuotamento del bacino.
        Riccardo Ferrazza