Solo la Cgil si oppone

25/07/2002



25.07.2002
Solo la Cgil si oppone

di 
Bruno Ugolini


 Effetti a catena. Sono quelli che il cosiddetto «patto per l’Italia» sembra secernere. Ora un accordo separato tocca alla Fiat, dove sono in gioco i destini di migliaia di lavoratori, vere vittime sacrificali della crisi dell’auto. E tocca al cosiddetto «lavoro sommerso». Accordo separato anche qui dove il ridente ministro Tremonti ha già dato una fallimentare prova di sé. I risultati dei suoi provvedimenti in materia hanno, infatti, finora, sollevato ilarità, perfino nella maggioranza di governo, dati i risultati miserrimi raggiunti.
Per la casa dell’auto è stata davvero una giornata nera. Gli unici a disegnare prospettive rosee sono i firmatari di Fim-Cisl, Uilm-Uil e Fismic. I dirigenti di quest’ultima organizzazione, un tempo definita «gialla», per le sue parentele padronali, hanno parlato addirittura di un nuovo ciclo di relazioni sindacali.
Il «no» della Cgil, come sempre, sarebbe tutto politico, nonché «antagonista».
Colpa gravissima, di questi tempi. Un siffatto entusiasmo non ha trovato proseliti nemmeno in Borsa, visto il terrificante crollo di ieri. Non si vede perché dovrebbero gioire, invece, i lavoratori interessati. Il punto è che l’intesa raggiunta sembra rappresentare la somministrazione d’aspirina (o d’olio santo) ad un malato grave, quasi s’intenda raddolcire l’agonia. Non a caso il ministero del Lavoro assicura di voler accompagnare gli «esuberi» alla pensione.
Non era in gioco solo la garanzia per queste migliaia di espulsi dalla fabbrica. Era in gioco la fabbrica stessa, la possibilità di farcela, di giocare finalmente la carta dello sviluppo basato sulla qualità, su nuovi modelli. Poco o nulla di tutto questo, secondo la Fiom. È stata offerta solo l’immagine di una Fiat più piccola, intesa come unica ancora di salvezza. Una premessa, però, ad altre riduzioni, magari spostandosi a Milano, all’Alfa di Arese, quasi già predestinata. Fino a scomparire, insistono i pessimisti della Fiom.
Maledetti antagonisti. Nonché iperpolitici. Hanno osato chiedere, leggiamo, l’inserimento nell’ipotesi d’intesa «di un passaggio sul mantenimento della vocazione automotoristica dell’azienda». Eppure nel resto del mondo industrie e governi cercano altre strade. Non si limitano ad additare il pensionamento, come fa l’ineffabile Maroni. È stato ricordato, ad esempio, al tavolo delle trattative, il caso della Toyota con la sua macchina ad idrogeno.
Quel che pare importare al nostro governo è acquisire, come un trofeo, la rottura sindacale. Non traguardi d’innovazione, non rilanci d’apparati industriali che pure sono alla base d’incredibili successi mondiali, come insegna la trascinante esperienza Ferrari di Montezemolo.
Spaccare i sindacati è il modo di far politica industriale che piace al centrodestra.
Ed ecco il tavolo del lavoro sommerso, teatro del secondo strappo della giornata. Qui hanno cercato di nascondere la «debacle» di Tremonti, proponendo di definire un «avviso comune» tra Confindustria, sindacati e governo.
La Cgil non è stata al gioco, ha denunciato il diversivo, adottato per non riconoscere gli errori commessi, ha chiesto un immediato decreto, data l’urgenza del problema che interessa milioni di lavoratori in nero, un popolo senza diritti. Le proposte ci sono e sono largamente condivise dalle diverse parti sociali. Niente da fare, subito spalancata la strada dell’accordo separato.
Dove porterà? Davvero si pensa ad un sistema di relazioni sindacali destinato a portare la rissa, fabbrica per fabbrica, imponendo accordi contro il sindacato largamente più rappresentativo, la Cgil? Appare un’ipotesi folle. Per il Paese, innanzitutto.