Società aperta è anche libertà di «lavoretto» – di P.Ostellino

09/12/2002






9 dicembre 2002

Riflessioni controcorrente
SOCIETA’ APERTA E’ ANCHE LIBERTA’ DI «LAVORETTO»

di PIERO OSTELLINO

      Personalmente, a differenza di sindacati, sinistre e Confindustria che ne sono scandalizzati, mi conforta che i cassintegrati Fiat possano integrare le loro entrate (l’80% dello stipendio) con qualche «lavoretto non ufficiale», come ha detto imprudentemente il presidente del Consiglio. Sono state, quelle di Berlusconi, le sole parole «forti», di fiducia in una società libera, pronunciate in un anno e mezzo di governo. Sorprendente, se mai, è che egli abbia voluto smentirle subito dopo con un comunicato «politicamente corretto». Ancora più sorprendente, poi, è la reazione confindustriale, in nome di una legalità «positivistica» (la legge è la legge) speculare alla rigidità «dirigistica» (il cassintegrato non può neppure fare piccoli lavori per sbarcare il lunario) di sindacati e sinistre. Se i cassintegrati della Fiat riuscissero a fare qualche «lavoretto non ufficiale», ne sarei felice innanzi tutto per loro, che, in tal modo, risolverebbero il più urgente dei loro problemi: quello economico. Ma ne sarei felice anche come cittadino, perché ciò vorrebbe dire che vivo ancora in una «società aperta», dinamica, flessibile, nella quale chi esce temporaneamente dal sistema produttivo vi può rientrare spontaneamente, anche se solo parzialmente, e non solo «per legge». Non vivo, cioè, in una «società chiusa», dirigistica, collettivistica, nella quale gli individui sono incasellati in uno schema rigido prefissato dai nemici della società aperta, e gli occupati fanno gli occupati, i cassintegrati i cassintegrati, i disoccupati i disoccupati.
      Per me, liberale, i cassintegrati Fiat sono uomini in carne e ossa che hanno un immediato problema concreto: guadagnano meno di prima. Ciò che a me interessa, dunque, è innanzitutto che siano nelle condizioni di poterlo risolvere senza troppi impedimenti. Ho l’impressione che, per i sindacati e le sinistre, i cassintegrati Fiat siano ancora una «categoria», come il proletariato e la classe lavoratrice, in nome dei quali sono spesso stati sacrificati gli uomini in carne e ossa. Ciò che a loro interessa è l’affermazione di un principio, l’astratta distinzione fra «lavoro nero» e occupazione regolamentata. Parimenti, ho l’impressione che la Confindustria non abbia ancora capito che cos’è una società liberale; cioè che la legalità non sempre coincide con la legittimità, con il «bene comune» e che la legge, per essere condivisibile e legittima, deve essere anche «giusta».
      Per me, liberale, «lavoro nero» è, infatti, il sistematico e continuativo sfruttamento dei lavoratori disoccupati da parte di «padroni» che, in tal modo, evadono non solo le garanzie a tutela del Lavoro, ma anche il fisco, facendo un danno all’intera collettività. Il «lavoretto non ufficiale», saltuario e estemporaneo, con cui il cassintegrato risolve i suoi problemi, si chiama «mercato», attraverso il quale una «società aperta» corregge pragmaticamente i danni sociali prodotti dalla dura logica del mercato stesso. A evitare che il cassintegrato e il suo provvisorio datore di lavoro evadano le tasse sul reddito così prodotto deve provvedere il fisco, non la legislazione del lavoro; una legislazione liberale non impedisce di lavoricchiare a chi ne abbia voglia e/o bisogno, bensì prevede adeguate sanzioni solo
      dopo, sottolineo dopo, che il lavoricchio è diventato lavoro nero. Fino a quando sindacati e sinistre, e persino Confindustria, non capiranno questa differenza, l’Italia non sarà mai una autentica «società aperta»; sindacati e sinistre continueranno a essere prigionieri di una logica dirigistica che fa il danno, innanzitutto, degli stessi lavoratori; e l’Associazione degli imprenditori continuerà a difendere una legalità non condivisa, illegittima e illiberale perché concepita come puro «imperio».
      In conclusione. Poiché la madre del cretino è sempre incinta, questa non è una difesa del presidente del Consiglio, ma la difesa, qui, ora, nelle condizioni date, dei cassintegrati Fiat. Non è un elogio del «lavoro nero», ma la fiducia in una «società aperta». Mi rendo anche conto che il mio è un «linguaggio politicamente scorretto» e concettualmente provocatorio. Ma se non si incomincia almeno dal linguaggio e dai concetti, non se ne esce.

      postellino@corriere.it