Soci doc per le farmacie

04/04/2001


Italia – Economina
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    Sanità & Diritto
    Azioni di aziende comunali solo a farmacisti dipendenti

    Soci doc per le farmacie
    Una circolare del ministero dell’Interno mentre incalza il piano privatizzazioni
    Roberto Turno
    ROMA. Soltanto i farmacisti dipendenti hanno diritto di acquistare le quote di una società per azioni costituita dal Comune per la gestione delle farmacie di sua proprietà. Mentre s’infiamma la partita sull’affare della privatizzazione delle farmacie in mano pubblica che può valere in tutta Italia 2.400-2.500 miliardi, è il ministero dell’Interno, con una freschissima circolare, a scendere in campo. E in qualche misura a smorzare, almeno per il futuro, gli entusiasmi di numerosi enti locali e di quelle compagnie soprattutto estere della distribuzione intermedia che stanno cogliendo tutte le occasioni per realizzare in Italia vere e proprie catene di farmacie.
    La circolare del Viminale (n. 15900/1 bis del 2 aprile) inviata a tutti i prefetti e alle amministrazioni interessate, prende spunto dalla recente legge (n. 26/2001, di conversione del Dl 392/2000) che ha dettato nuove regole sulle modalità di costituzione da parte dei Comuni di società per azioni create per la gestione dei servizi pubblici locali. La modifica, che ha ritoccato il decreto legislativo 267/2000 appena varato sull’ordinamento degli enti locali, ha previsto per i Comuni la possibilità di costituire Spa per l’esercizio di servizi pubblici, senza imporre il vincolo di una proprietà pubblica maggioritaria «anche in deroga ai vincoli derivanti da disposizioni di legge».
    E proprio sui vincoli dai quali poter derogare, s’è acceso un vivace dibattito in materia di farmacie comunali. E un vespaio di polemiche da parte dei farmacisti, sia dipendenti dalle strutture pubbliche che titolari di esercizi aderenti a Federfarma, che temono la nascita di "farmacie supermarket", vietate in tutta la ue con l’eccezione della Gran Bretagna». A quali vincoli, infatti, la legge permette di «derogare»: alla partecipazione azionaria maggioritaria e/o alla scelta dei soci delle società in via di costituzione?
    Proprio questo nodo ha inteso sciogliere il Viminale, in applicazione di un ordine del giorno accolto dal Governo in Parlamento. La deroga, ha chiarito la circolare, «è limitata unicamente ai vincoli della partecipazione maggioritaria» da parte degli enti locali nella Spa, e non anche «a quelli relativi alle scelte dei soci, individuati dalla normativa di settore». Che, nel caso delle farmacie comunali, è la legge 362 del 1991. Col risultato che i Comuni possono legittimamente decidere di mantenere una quota maggioritaria o minoritaria, ma solo con i farmacisti dipendenti e non con altri soci.
    Lo stop dell’Interno non potrà non scombussolare le carte su un mercato in assestamento che fa gola a tanti. E che, con la discesa in campo in Italia delle catene multinazionali, prima tra tutte la tedesca Gehe, può portare a una significativa modifica dei rapporti di forza sul mercato, innescando nuovi modelli organizzativi sul piano della contrattazione degli acquisti e della gestione delle scorte. Cominciata in Emilia Romagna (i casi di Bologna e Rimini hanno fatto scuola), la cessione delle farmacie comunali con gestione in Spa ha registrato esempi di rilievo soprattutto nel Nord e nel Centro Italia, non senza polemiche: Milano, Cesena, Grosseto, Firenze, Prato sono state le tappe principali, con delibere ripetutamente impugnate dai farmacisti. Ultimo caso è stato quello di Cremona: il Comune ha ceduto alla Gehe il 78% del capitale sociale dell’azienda, e la settimana scorsa il Tar ha rigettato il ricorso di Federfarma contro la procedura d’urgenza adottata dalla giunta. I farmacisti si sono rivolti al Consiglio di Stato. Proprio invocando la tesi che ora il Viminale ha messo nero su bianco.
    Mercoledì 4 Aprile 2001
 
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