Sinistra radicale: «niente più sconti al governo»

11/06/2007
    lunedì 11 giugno 2007

    Pagina 2 – Politica

    Sinistra radicale

    «Ora niente più sconti al governo»
    Sconfitta in piazza, la sinistra radicale rilancia: su pensioni, lavoro, Dpef sarà battaglia

      di Simone Collini / Roma

      DOPO LA VISITA DI BUSH rischia di diventare ancora più complicata la vita del governo Prodi. Il problema non è tanto l’abbraccio con cui il premier ha accolto il presidente Usa a Piazza Colonna, che pure è piaciuto assai poco alla sinistra radicale ma che rimane una fotografia da consegnare al passato. Il problema è quello che si è visto in un’altra piazza romana, e il futuro a cui guardano con preoccupazione Rifondazione comunista, Verdi e Pdci. Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio hanno dato appuntamento ai loro militanti e simpatizzanti in Piazza del Popolo, dove si è svolto un sit-in di protesta contro Bush ma non contro il governo. Solo che militanti e simpatizzanti per la maggior parte o sono restati a casa o hanno sfilato nel corteo “No-War”, che aveva una piattaforma critica tanto con l’amministrazione statunitense quanto con l’esecutivo Prodi. Un brutto segnale per i tre leader, che andando ad aggiungersi ai deludenti risultati delle amministrative ha fatto scattare nell’ala sinistra dell’Unione quello che sarebbe un eufemismo definire un campanello d’allarme. E le cui onde sonore investiranno ora Palazzo Chigi, dal momento che la soluzione al problema della perdita di consenso Prc, Pdci e Verdi l’hanno già individuata: non è chiara la «discontinuità» rispetto al governo precedente, a questo punto serve una «svolta sociale» nell’azione di governo. E insistendo su questi due concetti la sinistra radicale aprirà già dai prossimi giorni una serie di fronti sul terreno del Dpef, della riforma delle pensioni, della legge sul lavoro, tornando poi anche su questioni come la base Usa di Vicenza, la Tav, le missioni all’estero, le spese militari. Con un avvertimento lanciato dal Prc Russo Spena: «Non possiamo più fare sconti a nessuno».

      I passi da compiere Diliberto li ha già annunciati ai suoi, a cominciare dalle richieste che porterà al vertice di maggioranza sul Dpef che si farà venerdì. «Il malessere sociale è grande, bisogna far capire meglio che il governo è cambiato». E questo si fa, secondo il segretario dei Comunisti italiani, intervenendo sui salari e sulla legge Biagi, abolendo lo scalone previsto dalla riforma Maroni e dicendo no a qualsiasi ipotesi di aumento dell’età pensionabile.

      «Dopo la visita di Bush e le manifestazioni di ieri è necessario rafforzare le politiche pacifiste e antimilitariste», dice il Verde Paolo Cento annunciando che darà battaglia per una «riduzione delle spese militari» già nel Dpef. Il sottosegretario all’Economia prende anche atto della disparità numerica tra le due manifestazioni, e senza troppi giri di parole ne indica il motivo: «C’è una fetta rilevante del popolo pacifista che non si accontenta della discontinuità che fino ad oggi vi è stata tra la politica del governo Prodi e quella del precedente governo Berlusconi». Inoltre, per rimanere in campo Verde, se il ministro dell’Economia Padoa Schioppa si dice convinto che «la Tav passerà al di qua delle Alpi», il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio rimane in attesa delle valutazioni dell’osservatorio tecnico, ribadendo nel frattempo che «si farà, ma non sulla pelle dei cittadini della Val di Susa» e che resta il suo no al mega tunnel.

      A soffrire particolarmente in questa situazione è Rifondazione comunista, il partito che più ha lavorato per aprire un dialogo con i movimenti e che dopo un anno della sua prima esperienza di governo si ritrova con un netto calo di consensi alle urne. Serve «un colpo d’ala», dice Russo Spena, a partire dal Dpef e dalle pensioni, altrimenti «i fautori delle larghe intese avranno più forza e Prodi tra qualche mese potrebbe essere costretto a passare la mano». Per il capogruppo del Prc al Senato ora serve «un confronto molto serrato» nella maggioranza, perché nell’Unione ci sono «due linee» che ora toccherà al premier portare a sintesi: «Io spero che Prodi ci riesca. Certo, se viene fuori un Dpef subalterno al programma di Confindustria, il clima diventa infuocato. Non possiamo più fare sconti a nessuno». Anche perché di questo passo rischiano di fare breccia le pressioni sul Prc a rompere con l’esecutivo. Che non mancano, a cominciare da quelle che puntualmente arrivano da Marco Ferrando, ex trotzkista Prc e fondatore del Partito comunista dei lavoratori.

      A trovarsi in una situazione delicata, in questo momento, è anche Sinistra democratica. Il movimento politico fondato da Mussi, Salvi e Angius non ha aderito a nessuna delle due manifestazioni. Ma se era nato con l’obiettivo di unire tutte le forze di sinistra, partiti e movimenti, partendo dal fatto inedito che oggi sono tutte al governo, la situazione che si è venuta creando di certo non aiuta. La capogruppo alla Camera di Sd Titti Di Salvo esclude «contraccolpi» sull’esecutivo dopo il flop di Piazza del Popolo, ma sottolinea anche lei che a questo punto bisogna attivarsi per un «recupero del consenso»: «Serve una svolta sociale nell’azione di governo. Lo dice non solo il risultato delle elezioni, ma anche il rapporto Istat, che segnala la presenza in Italia di indici di disuguaglianza molto forti, accompagnati da un profondo disagio sociale». E anche in questo caso le precondizioni sono l’abolizione dello scalone e il no all’aumento dell’età pensionabile. E il banco di prova più immediato il vertice di venerdì sul Dpef.