Siniscalco: primo scossone per la competitività

14/03/2005
    domenica 13 marzo 2005

    LA LEGA INSISTE: SUI DAZI SIAMO PRONTI AD ANDARE SINO IN FONDO, IL PREMIER HA DATO GARANZIE FORMALI CHE AVREMO LE RIFORME ENTRO PASQUA
    Siniscalco: primo scossone per la competitività
    Prodi ironizza sul piano del governo. Pezzotta pensa alla mobilitazione

    Roberto Giovannini

      ROMA
      Il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco promuove con lode il pacchetto competitività appena varato dal governo, che «darà uno scossone positivo all’economia del Ppaese, rendendo l’Italia più dinamica e competitiva, con imprese che hanno meno costi e lavorano meglio, con i lavoratori che hanno migliori ammortizzatori sociali, e con più infrastrutture, più investimenti e più ricerca. Infine, con la tutela del made in Italy». Il giorno dopo il «parto tormentato» del ddl e del decreto legge, ministri e opposizione duellano nei commenti, mentre dal sindacato arriva una bocciatura senza esitazioni. E come anticipa il leader della Cisl Savino Pezzotta, anche una possibile risposta di mobilitazione.

        «Molte misure, dal fallimentare alla burocrazia alle infrastrutture – dichiara Siniscalco – aspettano da vent’anni. Si poteva farle prima, meno male che le abbiamo fatte adesso». Quanto alle obiezioni sulla scarsezza delle risorse messe a disposizione, «c’è da dire – replica il titolare dell’Economia – che la competitività di un sistema non è questione di spostare i soldi o peggio di prelevarli dalle tasche dei cittadini per darli a qualcun’altro, ma di fare regole migliori».

          Dall’Unione, tante critiche e anche ironia. «Quale pacchetto competitività?», chiede scherzando Romano Prodi, che invita la Lega a smetterla col «terrorismo verso la Cina». «È un provvedimento tardivo, che contiene anche alcune misure utili come le norme sul diritto fallimentare, ma è privo di un’adeguata copertura finanziaria. Quindi l’incidenza effettiva mi sembra molto limitata», dice il presidente dei Ds Massimo D’Alema. A Cernobbio, a margine del Workshop Ambrosetti dove si discute di dazi, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti spiega che «chi chiede protezione chiede solo di competere su un campo da gioco livellato. Alle imprese europee si chiede di correre con dei sassi messi nello zaino dalla stessa Unione Europea: l’attuale mercato è tutto meno che un mercato paritario». «È una questione grottesca – risponde Enrico Letta, della Margherita – oggi parlare di dazi è sostanzialmente come cercare di togliere acqua dal mare con un cucchiaino. Il problema è come essere più forti noi e le nostre imprese sul mercato cinese». E se il viceministro Mario Baldassarri (An) afferma che sulla questione dei dazi da parte della Lega «c’è solo un distinguo», il ministro del Welfare Roberto Maroni ribadisce che la Lega «intende andare fino in fondo. Non abbiamo accettato compromessi nel Consiglio dei ministri, non lo faremo nemmeno alla Camera». Un summit di governo «senza coraggio», dice Maroni, e la Lega ha limitato il dissenso solo perché Berlusconi ha dato «garanzie formali» del varo entro Pasqua delle riforme istituzionali.

            È senza appello la bocciatura da parte del sindacato, che a giorni farà il punto e discuterà valutazioni e iniziative comuni. «Risponderemo», afferma il leader della Cisl Savino Pezzotta, secondo cui nei provvedimenti «di interessante c’è solo qualche frammento, mentre manca quella svolta di politica economica che abbiamo chiesto con forza. Ci troviamo invece di fronte a un disegno che non regge, senza risorse adeguate». Duro il giudizio della Cisl anche sul metodo attuato dall’esecutivo: «Noi – lamenta Pezzotta – avevamo fatto un accordo con questo governo, il Patto per l’Italia, che non è stato assolutamente rispettato. È stato tradito». E poi, «avevamo chiesto un confronto vero, ma ci è stato negato».

              Il numero due della Uil Adriano Musi sottolinea come «un tema come lo sviluppo non si può affrontare solo a colpi di sciopero». «Certo è – aggiunge – che di fronte a un provvedimento che non ha il coraggio di scegliere le priorità bisognerà dare una risposta adeguata». Tra le ipotesi, si discute di avviare iniziative che coinvolgano i gruppi parlamentari e i territori, per poi arrivare alla proclamazione di un nuovo sciopero generale dopo le elezioni Regionali.