Sindacato: il gigante senza regole (Giovannini/1)

15/10/2007
    sabato 13 ottobre 2007

    Pagine 8 e 9 – Primo Piano

    Inchiesta 1
    Il potere del sindacato

    Sindacato
    Il gigante
    senza regole

      Non deve aprire i suoi bilanci né certificare
      il numero di iscritti, ma firma contratti per tutti

        Roberto Giovannini

        ROMA
        E’ un ben strano animale, il sindacato confederale italiano. Dato per morto e sepolto decine di volte. Descritto come una legione di vecchi pensionati senza futuro guidato da freddi burocrati senza fantasia e coraggio. Definito lontano dalla gente e dai veri problemi con cui fa i conti la Grande Politica e i Grandi Leader. E poi, all’improvviso, dal nulla Cgil-Cisl-Uil riescono riempire le piazze, a far discutere in assemblea e poi far votare più di cinque milioni di persone a una consultazione referendaria totalmente autoorganizzata. Una forza – una forza democratica, evidentemente in grado di parlare, farsi capire e convincere molta gente – ma anche uno dei poteri forti in questa traballante Italia. Un potere in grado di condizionare i governi, di dialogare con la politica, di imporre la propria volontà nel pubblico impiego, di determinare scelte produttive e industriali. Di consegnare alla Repubblica la seconda e la terza carica dello Stato, Franco Marini e Fausto Bertinotti; un ministro, Cesare Damiano; tre viceministri, Sergio D’Antoni, Cesare De Piccoli, Patrizia Sentinelli; quattro sottosegretari, Alfiero Grandi, Franca Donaggio, Giampaolo Patta, Antonio Montagnino. Per non parlare di una nutrita pattuglia di deputati e senatori, che vivranno un paradosso: il Parlamento, espressione di tutti gli elettori, deve rispettare o no l’intesa raggiunta dal governo con quelle che – giustamente – vengono definite «parti» sociali?

        Certo è che il potere sindacale opera in una sorta di vuoto pneumatico legislativo. Sono molti i principi generali indicati nella Costituzione italiana che sono rimasti sulla carta. Ma nel caso dell’attività sindacale la non applicazione della regola costituzionale ha creato una situazione davvero complicata. L’articolo 39 della Carta del 1946 è molto preciso: dice che «l’organizzazione sindacale è libera», e che l’unico obbligo che può essere imposto ai sindacati è una «registrazione presso uffici locali e centrali, secondo le norme di legge». Una volta registrati (con statuti democratici), hanno personalità giuridica, e possono stipulare contratti di lavoro che valgono per tutti i dipendenti (erga omnes) di quel comparto. Ma nonostante il dettame costituzionale, non c’è mai stata una legge, nessuno si è mai registrato in nessun ufficio, non è mai stata sancita ufficialmente la rappresentatività di un sindacato.

        Una scelta politica ben precisa che ha creato una sorta di limbo legislativo, in cui sindacati e datori di lavoro in pratica si «riconoscono» reciprocamente. Attualmente – dopo il varo dello Statuto dei Lavoratori del 1970, la firma delle diverse intese di concertazione e il varo di alcune leggi che affrontano il problema – si intendono validi per tutti i contratti firmati dai «sindacati comparativamente più rappresentativi»: ovvero Cgil-Cisl-Uil e di volta in volta, settore per settore, l’Ugl o altre sigle autonome (piloti, scuola, ecc…). Dopo di che, accordi separati si firmano, come è avvenuto tra i metalmeccanici o per il Patto per l’Italia del 2002 respinto dalla Cgil. Valgono o no? In questi casi vince chi ha la «forza» politica (a suon di scioperi o altro) per farsi ascoltare. E se nel pubblico impiego una legge fissa regole per stabilire la rappresentanza sindacale e l’elezione di delegati (con norme che attribuiscono un maggior peso a Cgil-Cisl-Uil), così non è nel comparto privato. Qui opera una semplice intesa.

        Questa assenza di regole produce anche altri effetti. I sindacati così sono semplici associazioni, che non sono tenute né a certificare e documentare il numero degli iscritti né la situazione economico-finanziaria. I dati sul tesseramento sono semplicemente frutto di autodenuncia; le confederazioni non hanno bilanci consolidati e non sono persone giuridiche. In Italia le relazioni sindacali sono affidate a consuetudini, a intese bilaterali (come l’accordo del ‘93), a qualche legge quadro. E ai rapporti di forza. «Il sindacato – spiega il numero due della Cisl Pier Paolo Baretta – può essere considerato un grande vincolo, ma anche un grande semplificatore. In realtà, siamo un punto di snodo: tutte le organizzazioni sociali complesse hanno bisogno del consenso per funzionare. E un mediatore collettivo è indispensabile. Del resto, come ben si sa, le aziende a volte i sindacati se li devono addirittura inventare».

      [1-continua]