Sindacati e imprese, patto per lo sviluppo

20/06/2003

    venerdì 20 giugno 2003

    Sindacati e imprese, patto per lo sviluppo
    Cgil, Cisl e Uil firmano con Confindustria le proposte di rilancio.
    Epifani: un buon segno

    Felicia Masocco
    ROMA L’accordo per ridare slancio all’economia ed evitare il declino del Paese
    è stato firmato ieri da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria. Dopo ben 14 anni i sindacati
    confederali e le imprese si sono confrontati su politiche generali per quattro mesi senza «terzi» al tavolo, senza i governi a mediare e a metterci del proprio e, soprattutto, «senza scambi» tra le parti come ha osservato il segretario della Uil Luigi Angeletti.
    ndirettamente ammettendo che in altri della storia recente «gli scambi» ci sono stati, come nel Patto per l’Italia. A differenza di quel Patto le «priorità condivise» siglate ieri non
    vincolano i firmatari al governo: piuttosto l’esecutivo e con esso tutte le forze politiche sono chiamati a fare la propria parte e mettere fine alle omissioni in fatto di formazione, ricerca, infrastrutture e innovazione, le quattro aree sviluppate nel documento siglato ieri che non
    contiene solo analisi ma proposte concrete.
    È il Documento di programmazione economico-finanziaria (Dpef) il banco di prova, poi la legge Finanziaria. Dopo l’intesa di ieri sarà un po’ più difficile per il governo chiamarsi fuori perché a reclamare interventi e investimenti non è una parte sola ma tutte, finalmente
    concordi nel chiedere quel che serve al Paese a cominciare da poderosi investimenti per la ricerca e lo sviluppo: da 6 a 14 miliardi di euro di spesa pubblica in più tra il 2004 e il 2006 per avvicinarsi al 3% del Pil fissato a Barcellona.
    Risorse necessarie per per dare qualità e innovazione al nostro sistema e garantirgli una
    competitività non modulata sulla base del «Manifesto di Parma» in cui governo e Confindustria decisero che la crisi andava risolta scaricando i costi sul mondo del lavoro. Qualità nella produzione, sgravi fiscali per il Sud, finanziamenti certi per le infrastrutture, maggiore impegno sulla formazione: tutto messo in 42 pagine che si danno l’obiettivo di afferrare la ripresa economica quando si affaccerà sul proscenio internazionale.
    «Una svolta nelle relazioni industriali» hanno detto in molti e l’intesa di ieri è anche questo. Non solo per la bilateralità del lavoro che non si vedeva dall’89 (accordo sul costo del lavoro, prologo al Patto del ‘93) ma anche per la firma della Cgil messa su contenuti condivisi,
    individuati non da ora dal sindacato di Corso d’Italia che nel febbraio scorso ha scioperato da solo per vederli realizzati.
    «Spero che l’accordo siglato oggi serva a rasserenare il clima fra le parti, con i toni giusti, nel rispetto della storia e delle sensibilità di ognuno», è stato il commento del segretario della Cgil Guglielmo Epifani riferito anche alle dichiarazioni del presidente di Confindustria sul referendum di domenica e l’assassinio del professor Marco Biagi. È un «accordo importante»,
    perché «serve una svolta nella
    politica economica per riagganciare la
    ripresa a livello mondiale», utilizzando
    «le risorse disponibili nella direzione giusta»
    per evitare che ci siano «sprechi e
    politiche sbagliate». Farlo tocca al governo
    e alle forze politiche. Ed è all’esecutivo
    che si rivolge Savino Pezzotta, segretario
    generale della Cisl, lo chiama a «rispondere
    a queste sollecitazioni» perché
    il documento non deve restare «cartaceo»,
    è «uno stimolo civico e una richiesta
    alla politica di tornare a discutere su
    questioni vere, sulle quali si gioca il futuro
    dei lavoratori e delle imprese». Per
    Luigi Angeletti, leader della Uil, «non è
    un accordo banale e speriamo che serva
    a far comprendere alla leadership politi-
    ca che la maggioranza degli italiani è
    interessata all’occupazione e al reddito e
    non ad altre cose». Soddisfazione condivisa
    dal presidente di Confindustria Antonio
    D’Amato «il documento deve rappresentare
    materia di azione per il prossimo
    Dpef. Quanto alle relazioni industriali
    per D’Amato sono a una «svolta»
    perché – dice – «abbiamo una Cgil che
    torna a fare accordi», «è un arricchimento»,
    commenta. E alla fine ammette che
    è anche il primo atto del dopo-Cofferati
    «mi pare che i fatti siano questi». Ma
    proprio dalla Cgil di Cofferati, nella conferenza
    programmatica dell’aprile del
    2001 venne il primo allarme sulla crisi
    industriale e venne proprio in risposta
    all’assise di Parma che si era tenuta un
    mese prima.
    Aldilà del diritto di paternità, l’importanza
    dell’intesa è riconosciuta da
    maggioranza e opposizione: è «una svolta
    per i contenuti, un progetto di qualificazione
    e di innovazione del sistema ben
    oltre l’azione di governo che si è vista fin
    qui», afferma il responsabile economico
    dei Ds Pierluigi Bersani. È «una svolta
    per metodo che pone le basi per una
    ripresa di dialogo tra organizzazioni sindacali
    e Confindustria».