Sindacati divisi sui nuovi contratti

21/05/2003




              Mercoledí 21 Maggio 2003
              ITALIA-LAVORO


              Sindacati divisi sui nuovi contratti

              Relazioni industriali – Confederali pronti al confronto per rivedere l’intesa del ’93 ma su posizioni lontane

              ALESSANDRO BALISTRI


              MILANO – I sindacati sono pronti a sedersi attorno a un tavolo per discutere dei nuovi modelli contrattuali. Pronti al dialogo, un po’ meno a trovare una posizione comune, anche se tutti concordano sulla necessità di intervenire sull’accordo del ’93 e sul rafforzamento della contrattazione decentrata. Le differenze sono sul peso dell’intervento e sul ruolo del contratto nazionale.
              La Cgil è per un’azione leggera, che parte dall’intangibilità del livello nazionale per arrivare a una maggiore estensione del secondo livello, oggi applicato alla minoranza dei lavoratori. «Non ci sottraiamo a nessun negoziato sul ruolo del contratto e sulle regole – dice il segretario confederale Carla Cantone – ma il confronto potrà avvenire soltanto dopo questa stagione di rinnovi contrattuali: sono ancora aperte le vertenze di commercio, turismo, pubblico impiego, alimentare, e poi sarà la volta di tessile, edilizia, legno, chimica. È importante che la discussione sulle nuove regole sia dopo la chiusura di questi rinnovi, così potrà essere serena». Ancora non si è entrati nel merito e già emergono le prime divergenze. Raffaele Bonanni, segretario confederale della Cisl, lo dice chiaramente: «Prima si comincia e meglio è. La contrattazione è permanente e non si può aspettare la chiusura di tutti i rinnovi».
              L’idea della Cgil è di «mantenere inalterati ruolo e struttura del contratto nazionale. Non ci convince – spiega Cantone – né il contratto cornice né la delega al secondo livello di contrattazione. L’unica cosa da fare è allargare questo secondo livello a chi oggi non lo ha, qualificarlo, sulla base di una normativa e una struttura salariale nazionale. Non vogliamo forti differenze normative ed economiche tra le regioni o tra i settori». Cantone concorda con il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, che ha definitlo il contratto dei metalmeccanici firmato da Fim e Uilm come l’attacco definitivo al contratto nazionale: «Realizza – dice la sindacalista – l’idea del contratto cornice, per noi inaccettabile: il Governo legifera e i tavoli della trattativa si limitano a far propria la normativa, decidono soltanto sulla parte salariale».
              Quello stesso contratto ha segnato una svolta nella storia del sindacalismo, secondo il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta. Una visione radicalmente diversa che si ritrova nella riforma degli assetti contrattuali. «L’accordo del ’93 va rivisto – dice Bonanni – perché bisogna dargli completezza sull’unico punto che non ha registrato risultati: il decentramento». Uno spostamento su scala locale che non deve riguardare soltanto il salario ma anche molte regole, a partire dall’organizzazione del lavoro: «Il contratto nazionale – spiega l’esponente della Cisl – deve stabilire minimi salariali uguali per tutti e le norme quadro di regolamentazione. Il resto deve essere deciso sul territorio, per determinare il salario in base alla redditività e alla produttività, con un contratto aziendale, territoriale o di distretto, che tenga conto delle diverse esigenze. Oggi i contratti sono troppo stretti al Nord e troppo larghi al Sud». In questo modo, sostiene Bonanni, si costruisce un impianto migliore per creare occupazione.
              Anche la Uil vuole potenziare la contrattazione territoriale. «Ma per rafforzarla – dice il vicesegretario generale, Adriano Musi – occorre assolutamente che il secondo livello sia esigibile per tutti. Noi siamo disponibili a discutere di un nuovo assetto quando la contrattazione aziendale o territoriale coinvolgerà finalmente tutti i lavoratori». Solo allora si potrà intervenire con una riforma: «A quel punto – dice Musi – si potrà fare un livello nazionale con meno limiti e portare a livello locale diversi istituti, a cominciare dalla formazione e dalle regole per la partecipazione dei lavoratori». Il numero due della Uil è favorevole a seguire la strada indicata da Marco Biagi, che parlava di «derogabilità presidiata»: il contratto aziendale o territoriale completa quello nazionale e lo può sostituire in certe condizioni e con l’autorizzazione dei firmatari.
              L’altra questione aperta riguarda la rappresentanza e la rappresentatività. Da tempo, la Cgil chiede una legge per regolarla, per la Cisl invece l’argomento va discusso tra le parti, senza l’intervento del legislatore: «In un epoca di bipolarismo – avverte Bonanni – stiamo attenti a usare strumenti che possono minacciare l’autonomia del sindacato». In mezzo c’è la Uil che afferma il primato della decisione tra le parti sociali ma giudica valido il modello adottato per il pubblico impiego.