Sindacalisti schedati, la parola al Parlamento

29/07/2002

29 luglio 2002

Chi ha dato l’ordine e per conto di chi? Al momento l’unico
a pagare è il giovane capitano Gemma, al suo primo incarico
Avrebbe scritto l’ordine di suo pugno, dicono
‘‘
Saranno i ministri Pisanu, Maroni e Martino a dover rispondere
all’interrogazione parlamentare sul monitoraggio nazionale
Sindacalisti schedati, la parola al Parlamento
La vicenda di Tolentino approda in aula. Tutta la responsabilità su un carabiniere di 27 anni

Massimo Solani

ROMA La parola al Parlamento. Sulla vicenda degli elenchi dei lavoratori sindacalizzati
richiesti dai carabinieri della stazione di Tolentino, tutto tace in attesa di un confronto parlamentare che si preannuncia rovente. «Sono state presentate delle interrogazioni parlamentari in proposito – fa sapere il Viminale -e per questo riteniamo sia giusto non
rilasciare ulteriori dichiarazioni prima che queste vengano discusse. Significherebbe
svuotare il Parlamento delle sue funzioni». Manca ancora una data certa, spetta infatti al
presidente della Camera Casini stabilirla, ma quel che è certo che a rispondere in aula
dell’accaduto sarà chiamato il ministro dell’Interno Beppe Pisanu, affiancato molto probabilmente anche dal ministro del Welfare Roberto Maroni e da quello della
Difesa Antonio Martino.
Del resto, commentano al ministero dell’Interno, le posizioni sono le stesse che erano state ribadite nel comunicato stampa diramato già sabato sabato scorso, quello in cui l’iniziativa
dei carabinieri del comune marchigiano veniva bollata come «improvvida, deplorevole
e ingiustificabile».
Per ogni altro chiarimento, rivolgersi al comando generale dell’arma. Ma anche a voler scomodare i livelli più alti della «Benemerita», l’impressione è quella di ritrovarsi
comunque in mano un pugno di informazioni che proprio non aiutano a capire la dinamica
di una vicenda che assume toni quasi grotteschi. Decisamente «anomala» la storia del giovane
capitano di provincia che di propria iniziativa decide di richiedere gli elenchi dei lavoratori iscritti ai sindacati.
Una ricostruzione che ,insomma, non convince quasi nessuno primi fra tutti i sindacati che in queste ore stanno studiando la possibilità di presentare un esposto alla magistratura per chiarire se dietro all’azione dei militari di Tolentino ci sia stato «un imput dall’alto».
Ovvero quel famoso monitoraggio nazionale che i carabinieri avrebbero addotto
come spiegazione per la propria azione, ovvero quel monitoraggio che, stando al comando generale dell’Arma, ai ministeri dell’Interno, del Welfare e della Difesa, non esisterebbe nel modo più assoluto. E allora perché, come raccontano i rappresentanti sindacali, sul
documento consegnato dagli impiegati della «Poltrona Frau» i militari avrebbero
scritto «ricevuto ai fini di un monitoraggio nazionale»? Dopo 24 ore di bocche cucite, è evidente, a questo punto le risposte possono arrivare soltanto dai ministri interessati.
Nel frattempo, dopo un confuso scaricabarile non del tutto concluso, a pagare è soltanto lui:
il ventisettenne capitano Rosario Gemma da Barcellona Pozzo di Gotto, comandante della
Compagnia Carabinieri di Tolentino dal dicembre del 2000 e da sabato ufficialmente
a disposizione del comando regionale di Ancona. Sollevato dall’incarico dopo una rapida inchiesta disciplinare attraverso la quale, spiegano i vertici romani dell’Arma, è stato appurato
che nessuno ha ordinato di richiedere gli elenchi, e che non c’è in realtà nessun «monitoraggio nazionale» a giustificare una azione come quella della settimana scorsa. La sua, spiegano dal
comando generale dei carabinieri, è stata una «iniziativa locale», una azione pensata autonomamente, senza che vi sia mai stato un ordine in questo senso, e nemmeno un consulto con qualche superiore. A questo punto, resterebbe da capire soltanto il motivo per cui il
capitano Gemma abbia deciso di acquisire quegli elenchi. Un dubbio che soltanto
il diretto interessato potrebbe chiarire, se non fosse che il giovane capitano è praticamente irrintracciabile, trincerato dietro un silenzio che i suoi commilitoni difendono con protervia
negando costantemente la sua presenza in caserma. Un peccato, perché basterebbero poche sue parole per chiarire molti dei dubbi avanzati in queste ore. Ma il suo silenzio, del resto,
è racchiuso tutto in un commento che filtra proprio dal comando generale dell’Arma.
«Vista la situazione, al suo posto io non parlerei», un consiglio che il capitano Gemma ha fatto suo senza esitazione.
Chi invece non potrà di certo tacere, invece, è il ministro del Welfare Roberto Maroni, in queste ore sotto il fuoco incrociato di opposizione e sindacati.
«Ci si interroga sull’origine dell’indagine effettuata dai carabinieri a Tolentino sugli iscritti ai sindacati e alla Cgil in particolare – ha commentato duramente Alfiero Grandi, deputato
diessino – Nessuno stupore. il ministro Maroni ha deciso di chiedere informazioni,
con evidente scopo intimidatorio, sugli scioperi organizzati dalla Cgil in Lombardia ed Emilia Romagna. Con due interrogazioni successive, questa decisione anticostituizionale di Maroni
è stata portata in aula alla Camera e ambedue le volte il ministro non ha negato di avere ordinato queste indagini, anzi ha rivendicato la giustezza di tale scelta. In Lombardia – ha proseguito – i carabinieri avevano svolto le stesse indagini di Tolentino nell’ambito della richiesta di dati fatta dal ministro Maroni. Come mai i militari indagano? La risposta mi pare ovvia: indagano perché ci sono circolari del ministero del Lavoro, richieste dallo stesso ministro, che chiedono di indagare sull’esito degli scioperi». A rendere ancora più confusa la situazione dell’operato dei militari dell’Arma nelle Marche, poi, arriva una dichiarazione del comando generale, secondo cui, alla base dell’operazione che tra giovedì e sabato scorso ha
portato all’espulsione di 11 collaboratrici familiare prive del documento di soggiorno, ci sarebbe stata una denuncia presentata ad un comando dei carabinieri.
Qualcuno che ha fatto la spia insomma, e non una inchiesta partita dal «traffico» delle badanti gestito da una donna ucraina denunciata, come era stato spiegato in un primo momento.
Ancora una volta due versioni discordanti all’interno dell’Arma. Quale la verità?