“Sindacale” La mobilità degli statali divide Cisl e Cgil

11/01/2007
    giovedì 11 gennaio 2007

      Pagina 15 – Primo Piano

        IL DUELLO / Dal pubblico impiego all’Alitalia e al peso delle confederazioni sul governo: le tensioni fra Bonanni e Epifani

          E la mobilità degli statali divide Cisl e Cgil

            Sergio Rizzo

            ROMA — Se c’è una cosa che nei rapporti fra la Cgil e la Cisl non è mai mancata è l’incomprensione. Che ha spesso scatenato reciproci sospetti. Come quando Raffaele Bonanni affibbiò, era metà di ottobre dello scorso anno, la definizione di «suggeritore sociale» a Guglielmo Epifani, ritenendo il segretario della Cgil uno degli ispiratori del trasferimento delle liquidazioni all’Inps. Contrasti mai appianati nel corso dei pranzi a palazzo Chigi con il premier Romano Prodi, né durante i vertici notturni, come quello di ieri sera a cena, dei tre segretari confederali.

            L’ultimo caso, quello della proposta del governo sulla mobilità dei dipendenti pubblici (che dovrebbe finire in un memorandum considerato dall’esecutivo precondizione per il contratto), per cui la Cisl ha minacciato addirittura la mobilitazione generale degli statali. Dice Rino Tarelli, segretario della Cisl-funzione pubblica: «Noi siamo i primi a volere la riforma, ma in questo modo c’è il rischio di affossarla. Siamo disponibili a discutere di mobilità, ma dentro un progetto organico per la pubblica amministrazione. Mobilità non può essere il trasferimento da Marsala a Torino, come ho sentito dire da qualcuno. E una cosa è certa: non metterò la mia firma sotto un memorandum che è aria fritta». Una durezza di toni che, al di là della sostanza, nasconde anche un disagio preciso.

            Anche perché il primo a dichiarare la propria disponibilità ad aprire un tavolo sulla mobilità degli statali era stato proprio Bonanni. Ma dal governo non era arrivato nessun segnale. Almeno prima che Epifani, all’inizio di gennaio, non dichiarasse in un’intervista al quotidiano la Repubblica la propria disponibilità ad affrontare la questione. Prova ulteriore, si dice senza mezzi termini nel quartier generale della Cisl, a via Po, che sarebbe la Cgil a dettare la linea in un governo dove un paio di ministri e almeno tre sottosegretari provengono da quel sindacato (mentre il fronte Cisl, da cui arriva anche il presidente del Senato Franco Marini, potrebbe contare sul solo viceministro allo Sviluppo Sergio D’Antoni).

            E non sarebbe nemmeno l’unico episodio ascrivibile al clima di questa presunta «sudditanza culturale». Lamentano, alla Cisl, che tutte le proposte avanzate in questi mesi, e non gradite alla Cgil, siano cadute letteralmente nel vuoto. Per esempio quella di aprire una trattativa sulla produttività, che piaceva anche alle imprese (e alla Uil di Luigi Angeletti) che però inevitabilmente avrebbe spalancato la strada alla riforma del modello contrattuale. Stessa sorte ha avuto la richiesta di far diventare azionisti i dipendenti dell’Alitalia, per ottenere l’ingresso nella governance dell’azienda. Un vecchio pallino della Cisl e della Uil, quello della partecipazione dei lavoratori al capitale delle imprese: che però non ha mai trovato, nemmeno in questo caso, sostegni tali da vincere le molte resistenze. Comprese quelle della Cgil.