“Sindacale” I due volti dell’azione: istituzionale e movimentista (G.Berta)

13/11/2006
    luned� 13 novembre 2006

      Pagina 8 – Politica

      istituzionale e movimentista

        I due volti
        dell’azione
        sindacale

          Giuseppe Berta

            ANCHE nel corso di questo autunno, il sindacato si � confermato come uno dei protagonisti dell’arena politica italiana. Lo ha fatto a varie riprese e con una capacit� di influenza che permane cospicua, come notava ieri sulle colonne dell’�Unit� Paolo Prodi. Le posizioni confederali hanno fatto da contrappunto al delinearsi, pur confuso e talora contraddittorio, dei provvedimenti della Finanziaria. Il sindacato, per giunta, ha strappato un successo di rilievo quando ha ottenuto la fissazione di tempi pi� stretti e di procedure pi� rapide per l’applicazione del contratto del pubblico impiego. Si � mostrato anche con volti molto differenti tra di loro, che vanno da quello di timbro istituzionale come interlocutore naturale del governo a quello movimentista, impersonato da forze e componenti come la Fiom-Cgil e i Cobas, che si propongono di alzare il livello della mobilitazione e dell’agitazione sociale, com’� avvenuto con la manifestazione di Roma contro la precariet� di sabato 4 novembre.

            Questi volti o modi d’intendere l’azione sindacale sembrano avere ben poco in comune tra di loro. E, in effetti, i vertici confederali hanno poco a che spartire con gli organizzatori del corteo che ha sfilato per le vie di Roma. Eppure rappresentano, in un certo senso, due lati della stessa medaglia, due aspetti della questione sindacale nell’Italia d’oggi.

            La battaglia per la stabilit� dell’occupazione e per la continuit� dei posti di lavoro costituisce da sempre un obiettivo primario per ogni organizzazione sindacale. Nulla di strano, dunque, che ci si ponga il problema del controllo della flessibilit�. Ma la parola d’ordine della lotta contro il precariato rischia di essere una formula generica, se intende mobilitare contro una condizione diffusa e generalizzata, una sorta di denominatore comune della nuova occupazione odierna, soprattutto giovanile. Non a caso, sotto gli striscioni della manifestazione romana poteva ritrovarsi chiunque svolgesse un lavoro senza la sicurezza offerta da un contratto a tempo indeterminato, si tratti dei lavoratori della scuola o dei call centers, delle ex aziende municipalizzate o del variegato sistema dei servizi privati.

            Sollevata in questi termini, la protesta non pu� che avere un’esplicita chiave politica, perch� la soluzione del problema consiste nella trasformazione pura e semplice di tutta questa vasta gamma di lavori in posti a tempo indeterminato. Di qui il carattere degli slogan, che si sono diretti contro la Legge Biagi, rea appunto di aver escluso questa soluzione, o contro il ministro Damiano, un uomo che viene dai ranghi della Fiom e della Cgil, ma da sempre su una sponda opposta a quella del sindacato-movimento, accusato di essere troppo �amico dei padroni�.

            Fra le richieste avanzate c’era quella di regolarizzare i 250 mila precari del pubblico impiego, il settore dove la presa sindacale � tuttora pi� forte, in considerazione tuttavia non della superiore capacit� negoziale e di rappresentanza delle organizzazionI dei lavoratori, ma della particolare cornice istituzionale e politica che fa da sfondo alla contrattazione in questo ambito. Le confederazioni esprimono il massimo della loro autorevolezza quando hanno di fronte un ceto politico con cui esistono legami e pratiche consolidate, grazie al fatto di sentirsi parte, se non di uno stesso mondo, di ambienti fra di loro interconnessi.

            Il rischio � che questa logica – sia essa quella radicale delle frange movimentiste del sindacato, o quella iper-istituzionale dei vertici sindacali – allontani dalla capacit� di rappresentare l’universo del lavoro nei suoi mutamenti. O che faccia passare l’idea che il modello sindacale sia quello del pubblico impiego, con la conseguenza di indebolire le radici delle organizzazioni dei lavoratori nel sistema delle imprese.

            Se invece vuole avere respiro, l’azione sindacale deve riattivare la sua sintonia con le trasformazioni che avvengono nel tessuto dell’industria e dei servizi, la cui evoluzione va accompagnata con un’opera puntuale e differenziata di tutela degli interessi dei lavoratori. Nessuna legge sul mercato del lavoro � in grado di consegnare al sindacato quel ruolo che deve conquistarsi sul campo, attraverso la qualit� della rappresentanza e della contrattazione. Ci� significa riappropriarsi del compito di analizzare le prestazioni dentro i confini mobili di uno spazio d’impresa in continuo cambiamento, avanzando rivendicazioni non soltanto di carattere generale, ma tagliate a misura dei contenuti professionali dei nuovi lavori. E significa soprattutto guardare alle condizioni e alle esigenze dei lavoratori senza scinderle da quelle dell’organizzazione aziendale di cui sono parte integrante. Il ritorno del mestiere sindacale alle proprie origini e alle proprie fonti resta la via maestra per governare la flessibilit� con gli strumenti della contrattazione collettiva.