Silvio&Sergio, strana coppia – di Barbara Spinelli

15/07/2002






(Del 14/7/2002 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)
SILVIO&SERGIO, STRANA COPPIA
Barbara Spinelli

C´E´ chi segretamente rimpiange i tempi andati, quando i partiti rivoluzionari della sinistra esercitavano, su intellettuali e sindacati, una ferma e orgogliosa egemonia. L´intellettuale si muniva della propria scienza, ed era incaricato di dare al movimento operaio la coscienza di classe e l´universalismo che a esso mancava. Il sindacato faceva tutt´uno con la politica, e a seconda dei paesi si sottometteva al partito d´avanguardia o lo sottometteva, come accadeva nel laburismo che non era altro che il prolungamento parlamentare delle Trade Unions. Si parlava a quei tempi di blocco storico, garantito burocraticamente da quello che Gramsci chiamava l´apparato egemonico. Lo stesso Gramsci era chiaro, in proposito: solo se ci si armava di simile apparato era possibile condurre, contro il capitalismo liberale, quella battaglia di erosione e di presa del potere che sarebbe stata insidiosa oltre che lunga. Contro la borghesia capitalista il movimento operaio era in guerra: o guerra di conquista del potere, o guerra di conquista dell´egemonia sulla società. Gramsci diede a questa seconda battaglia il nome di guerra di posizione, per distinguerla da quella bolscevica che era guerra di movimento. I corpi egemonizzati della società costituivano altrettante «trincee e fortificazioni» delle masse incamminate verso la rivoluzione. Ma ecco che questa guerra oggi è finita, e non tanto perché gli eredi del partito di Togliatti e Berlinguer sono divenuti pallide ombre di se stessi, diminuiti elettoralmente e intellettualmente. Sia pure faticando, il partito si è congedato da quella ideologia, che poggiava tutta intera sul linguaggio burocratico-militare: la mobilitazione, la militanza, l´apparato, la conquista del potere al posto del mero esercizio del potere. Non l´energia politica della sinistra storica si è assottigliata con il passare degli anni e dopo l´Ottantanove, ma l´uso arbitrario e improprio che della politica si faceva ai tempi dell´egemonia. Non più organici, gli intellettuali di sinistra sono come orfani, e si sentono smarriti. Hanno perso la loro missione di infondere scienza e coscienza alle avanguardie politiche. Non sono più usati – non hanno più l´utilità sociale che veniva loro conferita – e in qualche modo rimpiangono quell´antica e ambigua sudditanza. Sudditanza ambigua perché l´intellighenzia veniva investita di un potere certo e vasto, nel momento stesso in cui si asserviva. Così succedeva per il sindacato: tanto più era ridotto a cinghia di trasmissione, tanto più decisivo era il potere di veto politico che poteva accampare. Il rancore verso Ds e Ulivo di molti intellettuali e dei dirigenti Cgil nasce anche da questa perdita: è il rancore di chi vorrebbe essere ancora organico, e fare tutt´uno con un´avanguardia che si ponga come obiettivo il dominare, anziché il governare. E´ il rancore di chi, d´un tratto, perde la potenza abnorme che deteneva e diventa semplice parte separata della società civile. I partiti della sinistra non hanno più queste forze organiche ai fianchi, chiamate a dirigere la società e a incanalarla in gruppi militanti. Sono di nuovo sole davanti a se stesse, responsabili di se stesse e non più di una classe rivoluzionaria, universale. Bisogna essere leninisti nel profondo del proprio animo per pensare che questo taglio con il passato sia una perdita d´identità, un lutto. Per rimpiangere, come fa Sergio Cofferati, i tempi della Prima Repubblica in cui «il sindacato aveva molti più margini ed elasticità», e fra Pci e Dc non esisteva la normale alternanza instauratasi oggi fra destra e sinistra ma c´era la «condivisione di molti valori, che rendeva più facili sia il confronto che il raggiungimento di accordi». Precisamente in questo consisteva, nell´epoca in cui l´alternanza era preclusa, l´apparato di egemonia: il partito rivoluzionario era al tempo stesso classe dominante e classe dirigente. Dominava il mondo borghese, con i suoi poteri di interdizione. Dirigeva i corpi sociali che s´impersonavano organicamente nell´intellettuale e nei sindacati. Lungi dall´essere una diminuzione e un rimpicciolimento, questa perdita d´egemonia è una grande opportunità per la sinistra. E´ una liberazione, non diversa dalla liberazione che ha conosciuto l´Est europeo emancipato dal comunismo. E´ l´occasione, soprattutto, di riscoprire la politica con le sue specifiche leggi interne, con la sua autonomia. Autonomia che significa proprio questo: fine delle braccia e gambe rappresentate da sindacato e intellighenzia, fiducia nella capacità di dare a se stessi un nòmos, una legge di comportamento. La sinistra va al potere non per dominare, o per dirigere una società vista come «massa». Va al potere per esercitarlo, tenendo conto che la società è fatta di individui ed elettori continuamente tentati ­ è la norma, in democrazia ­dall´infedeltà politica e dalla trasversalità militante. Quando Cofferati ricorda all´Ulivo che lui, a differenza dei partiti d´opposizione, ha con sé «milioni di operai», ragiona ancora in termini di egemonia. La società- massa celebrata sotto forma di «milioni e milioni» è un vizio congenito dei partiti rivoluzionari, a sinistra come a destra: ogni volta è l´individuo libero a patirne. Lo scrittore Elias Canetti metteva in guardia contro questo fascino delle cifre a sei zeri: quando si ragiona in milioni, scrive nel libro Massa e Potere, «quando i milioni si issano a sempre nuove vette, allora il popolo, composto di milioni, viene ridotto a nulla». Qui è la debolezza odierna di molti intellettuali o del sindacato Cgil in Italia: essi interpretano come vuoto e fallimento quello che è in realtà un arricchimento, e una riconquista di libertà. Perfino il candidato premier ha cessato di essere organica cinghia di trasmissione, per il partito di Fassino e D´Alema. Se l´alternanza lo esige, la sinistra si alleerà alle forze di centro e presenterà candidati non organici: come è accaduto ieri con Romano Prodi e come accade oggi con Francesco Rutelli. Non sono solo questi intellettuali e questo sindacato a restare imprigionati nel vecchio schema dell´egemonia. Anche le forze avversarie ne sono prigioniere, e in particolare ne è schiavo volontario il presidente del Consiglio Berlusconi. Proprio lui che ha lanciato un´offensiva senza precedenti contro il sistema mentale comunista, sembra oggi nostalgico del vecchio gioco sospirato da Cofferati: di quel sistema che impediva l´alternanza fra due forze politiche autonome e paragonabili, ma che in cambio conferiva a singoli gruppi d´interesse un formidabile potere di interdizione e di influenza sulla politica. Non a caso Berlusconi si sceglie come interlocutore il leader della Cgil, invitandolo addirittura a spartire con lui i terreni pasti della convivialità politica. Mentre finge di non conoscere Rutelli, e solo a sentirlo nominare simula stupore: «Chi è quest´uomo?». Forse c´è un motivo per questo finto stupore unito alla predilezione di Cofferati. Forse anche Berlusconi è in cuor suo figlio di quell´ideologia estinta che esalta l´egemonia dei partiti rivoluzionari sulla società. Forse anche per lui la politica è uno spazio vuoto, che i gruppi d´interesse sociali possono usurpare, scalzare, privatizzare, e infine trasformare in proprietà personale o corporativa. Da molti punti di vista, il capo del governo è l´alter ego di Cofferati. Ambedue sognano ancora di esser classe dominante ­ dominante su «milioni e milioni», non su cittadini responsabili ­ e si immaginano alla guida di un apparato d´egemonia. Ambedue sono alle prese con un difficile compito: l´apprendimento della normale alternanza, fra destra e sinistra. Ambedue hanno una visione militarizzata della politica, delle piazze, delle militanze. La politica che diventa autonoma non è una politica che si congeda dalla società civile. Al contrario: nuovi modelli di dialogo saranno necessari, per ascoltare quel che dicono i cittadini e per parlar loro un linguaggio di verità, privo di risentimento verso chi alle urne si rivela infedele. Non è neppure una politica che rinuncia al conflitto, a contenuti antagonisti. La politica uccide se stessa, quando cessa di dividere. Quel che finisce è l´idea di una società simile a un organismo biologico, e di una politica che si appropria delle rappresentanze sociali (sindacato, classe imprenditoriale, intellighenzia) come ci si appropria degli organi di un unico corpo. Di simile politica organicista c´è bisogno quando incombono guerre, e quando il Tutto prevale sulle singole parti. E´ da questo Tutto e da queste guerre che siamo per fortuna usciti, da quando le antiche egemonie sono andate perdute.