Sicurezza sul lavoro: regole diverse per i «piccoli»

10/09/2010

di GIULIO TREMONTI

Caro Direttore, ho letto la lettera del lettore Stefano Banda pubblicata ieri sul Corriere. Posso rispondere? Posso esporre il mio pensiero con qualche parola in più delle cinque che ho detto nel corso di un dibattito? Un conto è Pomigliano, un conto un artigiano. La sicurezza sul lavoro è un’irrinunciabile conquista della civiltà occidentale. L’eccesso occhiuto di burocrazia è invece un derivato della stupidità. In Europa è sempre più evidente il problema dell’eccesso di burocrazia imposto in questi anni alle imprese. La legge 626 non fa eccezione. Nel caso della 626, che peraltro è stata assorbita in un nuovo Testo Unico, si deve distinguere tra effettiva tutela della sicurezza sul lavoro, che è fondamentale, ed eccessiva burocrazia che è quasi demenziale. Le regole pensate in Europa per la grande industria sono fondamentali ed inviolabili. Ma un conto è la grande industria, un conto è la piccola, minima, individuale impresa, caratteristica dell’economia italiana. E’ qui che l’applicazione italiana della direttiva europea si presenta come la fabbrica dell’assurdo: di costi artificiali, di corsi di formazione fantasma, di sanzioni erratiche. Ciò che è paradossale, in Italia, è appunto l’estensione indifferenziata e parossistica alla minima impresa di regole che poco o niente hanno a che vedere con la sicurezza sul lavoro. Di questo tipo di regole e di costi si può fare a meno, senza mettere in discussione la vita e la sicurezza dei lavoratori. Anzi tutelandoli ancora meglio, separando ciò che è serio da ciò che è assurdo. Perché, ripeto, un conto è la grande industria dove avvengono i grandi, tragici incidenti, un conto è il laboratorio di un artigiano, che magari lavora da solo senza neanche un apprendista, costretto per legge a diventare matto con la burocrazia. Tutto qui.